Alla fine John muore

Tre del mattino. Il cellulare di David inizia a vibrare come un’ape incazzata. Naaaa. Chiamata rifiutata. Dopo pochi secondi, il cellulare ricomincia. David recita tra sé e sé una rabbiosa preghiera e risponde. È John, che comincia a blaterare di droga e puttane coreane. Tranquilli, è solo un linguaggio in codice in caso i telefoni siano intercettati, vuol dire più o meno “Vieni a casa mia prima che puoi”. David si veste, sale sul suo SUV e guida fino a casa dell’amico e socio. John apre la porta dell’appartamento e fa un cenno con la testa in direzione di una ragazza molto carina e molo spaventata seduta sul suo divano. “Shelly. Ha bisogno del nostro aiuto”. David valuta con uno sguardo la loro nuova cliente. Circa 19 anni, molto minuta, la classica fanciulla da salvare, con quell’aria di vulnerabilità consapevole e implorante che fa diventare matti gli uomini. Pochi minuti dopo, con un caffè fumante in mano, è lì che racconta a John e David una brutta storia di stalking: a quanto pare il suo ex ragazzo la tormenta, non vuole lasciarla stare. Solo che il tipo è morto da due mesi. John salta su con un’aria sdegnata da cavaliere medievale: la fottuta questione va risolta subito, e che cavolo! Non condivido tutta questa fretta. Sono mesi ormai che ci occupiamo di casi anche peggiori. Tutto è iniziato… beh, è una lunga storia. Ma ora riusciamo a “vedere cose” mostri, demoni, hamburger che urlano, roba così. Comunque usciamo tutti e tre. Non è ancora l’alba. Ci dirigiamo a casa della ragazza per intercettare lo zombie/fantasma rompicoglioni e manesco. Ma già dal vialetto d’ingresso della casa comincio a subodorare che c’è qualcosa che non va…
Horror “cosmico” in stile Lovecraft e humour sono compatibili? Esiste un modo per raccontare le avventure di due “indagatori dell’incubo” senza cadere in triti cliché e déjà vu stantii? Maddeché, direte voi. E invece da oggi la risposta a entrambe le domande è un entusiastico “sì”. Perché il romanzo di David Wong (al secolo Jason Pargin, direttore di Cracked.com, che per questo libro ha curiosamente scelto come pseudonimo il nome del protagonista, a sua volta un nom de plume basato sull’assunto che “Wong è il cognome più diffuso al mondo e quindi per trovarmi su Google ci metterai un bel po’, ciccio”) è un caravanserraglio travolgente, coloratissimo e zeppo di trovate geniali e di battute irresistibili. Parliamo di vere battute, attenzione, non di simpatiche arguzie: vi troverete a ridere ad alta voce spesso durante la lettura, garantito (e al tempo stesso a rabbrividire di disgusto o paura, come su un bizzarro ottovolante). E questo soprattutto se siete fan del genere horror, che con ironia venata d’affetto Pargin/Wong demolisce dalle fondamenta per ricostruirlo più forte e spaventoso di prima. Il libro, che ha già un sequel e una riduzione cinematografica per la regia di Don Coscarelli, è nato nel 2001. Prima come romanzo online a puntate, poi come volume print-on-demand su CafePress, poi per i tipi di una piccola casa editrice horror, la Permuted Press, e infine uscito per una major editoriale statunitense, la St. Martin. Curiosità: nel romanzo in originale la parola “bratwurst” è ripetuta 17 volte. Nella versione italiana in quasi tutte le occasioni si è ripiegato su un più rassicurante “salsiccia”.

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