Alla fine resta l’amore

Alla fine resta l’amore

S ha sette anni e vive in una famiglia normale, con i genitori e il fratellino più piccolo, in un piccolo borgo in campagna in cui tutti si conoscono. Un giorno di febbraio C, sua madre, va a prenderla a scuola in anticipo per farle una sorpresa e assiste a una scena strana: la piccola le corre incontro per salutarla, poi torna indietro e dà un bacio al bidello, Vito, un uomo di quaranta anni che ne dimostra cinquanta, sovrappeso e con i denti macchiati. La scena è talmente irreale che allarma C, che decide di indagare più a fondo, mettendo insieme le piccole stranezze che aveva notato nella figlia negli ultimi mesi, come l’aver ripreso a fare la pipì a letto o gli sbalzi d’umore. Alla fine la verità emerge, è la stessa S a buttarla fuori: ha subito un abuso sessuale da parte del bidello. E dopo la tremenda rivelazione inizia per la famiglia un secondo dramma, senza lieto fine: l’iter processuale, lento e difficoltoso, e la diffidenza della gente. La stessa maestra di S quando C le rivela quello che è successo afferma chiaramente di non credere a una parola, forse per non trovarsi a essere accusata di non aver protetto la sua alunna. Intanto la bambina, che è stata subito ritirata da scuola, si trova a dover gestire non solo l’isolamento dal suo ambiente e dagli amichetti ma anche il dolore di dover raccontare tutto davanti alla psicologa del tribunale, che le dà della bugiarda. S ritratta la sua versione dei fatti, in un meccanismo psicologico di difesa tipico della sua età, e alla fine di questo calvario i genitori decidono di ritirare la causa, per non sottoporre a ulteriore stress la figlia, che sta cercando di dimenticare l’orrore che ha vissuto…
Una lettura difficile, non solo dolorosa ma anche kafkiana: la cronaca puntuale degli avvenimenti – che fa somigliare il libro più a un reportage che a un romanzo – precipita il lettore in un mondo capovolto, in cui non c’è protezione per i più deboli e la giustizia è solo un concetto astratto. Il meccanismo di immedesimazione che scatta immediatamente leggendo ci fa soffrire insieme a questa famiglia, uguale a tante altre, che vive in un paesino come ce ne sono molti in Italia e ci svela che la nostra provincia non è affatto un luogo sicuro. Non perché vi si può nascondere un pedofilo, cosa che potrebbe accadere anche in una metropoli, ma soprattutto per il muro di omertà che scatta intorno alla vicenda, per la mancanza di una solidarietà umana che ti aspetteresti invece di trovare in una piccola comunità, dove al contrario sono tutti ancora più intenti che altrove a curare i propri orticelli, forse perché più piccoli e meno ariosi.
 

 

 

 

 
 
 
 
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