Alla fonte delle parole

Alla fonte delle parole

L’abitudine degli uomini di dare un nome alle cose è un modo per uscire dal caos e dalla confusione, da cui sono nate tutte le cose. Nella abitudine a dare nomi, a volte però il senso ritorna nel caos. Accade per migrare e migrante, che hanno la loro radice nell’indoeuropeo *mei/*moi da cui munus “incarico, dono” e communis “comune”. Forse non tutti sanno che la tensione di un nervo non indica soltanto la forza o l’imminente minaccia, ma anche una vigliacca debolezza: la radice indoeuropea *(s)neh-, infatti, indica torsione, ma un nervo è anche quel neuron, divenuto anche chorda nel XVI secolo, che unisce muscoli ed ossa, come nel caso del Chorda Achillis di cui ci parla Stazio nell’Achilleide. Ed in effetti quando un nervo si torce è anche più vulnerabile, più debole. Così fingere non significa in origine mentire o dissimulare, bensì “figurare”, come intuisce bene il poeta che “nel pensier” si finge, dalla radice ancora indoeuropea *dheig- “plasmare l’argilla”, da cui l’inglese dough e il tedesco teig. Questione anche in questo caso di paura: di fronte a tanto infinito, non tutti hanno avuto il coraggio di Leopardi di figurarsi la forma dell’immensità, probabilmente è più comodo ingannare. Tutti, ma non l’etimologia…

Andrea Marcolongo ha rilanciato l’interesse per la lingua e la cultura greca con tre libri che hanno avuto una fortuna pari a quella dei bestseller: La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco (Laterza 2016), La misura eroica (Mondadori 2018) e adesso Alla fonte delle parole, pubblicato sempre da Mondadori. Pur trattando etimologie, il recente libro della Marcolongo non è un vero e proprio saggio linguistico, nel senso stretto della classificazione scientifica. Infatti, l’autrice abbandona l’apparente aridità dei trattati sulla lingua per arricchire le sue riflessioni di percezioni legate all’uso che la stessa autrice ha fatto o ha subito o semplicemente ha scoperto di quelle parole. Sono etimologie narrative che vanno ben oltre i 99 casi dichiarati nel sottotitolo e che sconfinano verso un piano intimo che aiuta a definire il campo semantico delle parole. E così quando si parla dell’etimo di animale e quindi di anima si passa al commosso racconto personale del proprio cane, Carlo, a cui Marcolongo ha dedicato tutti i libri, che l’ha aspettata anche in quest’ultima fatica prima di esalare l’ultimo respiro e rendere in modo plastico e preciso il senso di anima/animale come essere vivente, che ci accompagna, che si fida. L’autrice ci porta per mano attraverso una selva di citazioni (non a caso il libro prima degli ex-ergo - quasi dovuta quella di Isidoro di Siviglia, padre delle (para)etimologie - riporta la dedica a Jacqueline de Romilly, grecista francese autrice del saggio Dans le jardin des mots) per farci scoprire qual è davvero la storia delle parole attraverso l’uso che se n’è fatto nel corso dei secoli, dalle lontane radici indoeuropee fino ai più recenti testi moderni, non solo italiani. “Nominare la realtà significa sottrarsi alla confusione”, vale per le parole come per il nostro modo di percepire la realtà stessa e quindi noi stessi. A questo serve: fornire uno strumento per leggersi dentro e per permettere anche a chi interagisce con noi di scoprire qualcosa in più di noi stessi. Questo è, dunque, il senso della ricerca delle etimologie: prendersi cura delle parole, ritrovarne il senso nell’origine (la fonte), farle rivivere con nuove forme, in continuo cambiamento.

LEGGI L’INTERVISTA AD ANDREA MARCOLONGO



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