Amanita

Amanita
1899. A Chiapporato, nelle terre aspre della valle del Limentra, mentre gli uomini stanno in cucina seduti a un tavolo a bere vino, alcune donne nella camera matrimoniale della stessa casa assistono una partoriente, che in assoluto silenzio e riservato patimento dà alla luce una bambina. Malva è il nome della terzogenita di Florindo detto il Paiuolo e di sua moglie Erminia. Una meraviglia di neonata, non fosse per l’anomalia che la rende diversa da tutte le altre “femmine”. Malva, infatti ha tre tette. I suoi genitori, per guarirla, la portano sui monti dalla “Lupa”, un’eremita inselvatichita, che conosce ogni erba e trova il rimedio a qualsiasi male. Ma la terza “puppa” è danno incurabile. Si potrebbe tentare a Bologna, dove ci stanno i professoroni e i dottorini, però Malvina riesce per il momento a scampare il pericolo di diventare un fenomeno da baraccone o peggio una cavia da laboratorio. Così cresce serena e ignara insieme ai suoi, che l’adorano e la proteggono da ogni insidia, raccomandandole di tenere ben nascosta la “vergogna”. Tutto va per il meglio fintanto che Florindo, contadino fino dagli occhi piccoli e dal corpo immenso, aiutato dai figli grandi manda avanti con successo i campi di cui è proprietario. Poi la ruota gira e Romildo, uno dei suoi due ragazzi, si sposa con la Cesira che scappa con i soldi della famiglia. La disgrazia incalza: Florindo muore, Romildo disperato si mette alla ricerca della moglie scostumata ed Elvio, l’altro fratello, va a rincorrere la fortuna lontano da casa, lavorando il ferro. Erminia resta sola con Malva, che sta sbocciando ogni giorno più bella. La vita è dura e faticosa; forse per la sua bambina può esserci un futuro migliore, così l’affida alla Giordanina, una donna forte e indipendente, una girovaga alla quale nulla fa paura. Sarà lei a prendersi cura della ragazzina per un breve periodo. Malvina in seguito dovrà imparare ad affrontare la vita a sue spese, e quando il suo segreto verrà scoperto dagli occhi malefici della cattiveria e dell’ignoranza, comincerà per lei una via crucis di persecuzioni.
1669. Nell’Appennino bolognese, fuori dalla sua catapecchia, complici le pecore cui bada, Desolina la pastora, partorisce Zelda, detta la figlia del Diavolo. Anche lei, come Malva ha tre tette da tenere celate. Sua madre muore presto e in tutta la valle imperversano anni di sciagure, guerre, briganti. Dopo la peste, nel 1687, la siccità apre i battenti alla carestia. Non bastano le preghiere, le processioni per far piovere. Si crepa di fame. E la colpa deve essere per forza di qualcuno. Zelda campa in totale solitudine, finché incontra un ragazzo, Angiolo, che violentandola, si accorge della protuberanza in eccesso e, a gambe levate, va subito a spifferare la scoperta a don Cornacchia. Il caso è molto serio. Il preticello convoca il famoso studioso Innocenzo Serpieri, un religioso domenicano, nonché inquisitore. Ed è caccia alla strega...
Cosa lega le due sfortunate, Malva e Zelda, a parte il fardello di avere una tetta in più? Quale sarà il loro destino? Lo scopriamo nelle pagine di questo eccezionale romanzo che, con una lingua che incanta, ci racconta l’odissea drammatica di donne vissute in epoche remote, restituendoci, nudo e crudo, un tema di scottante attualità: la diversità. Quella diversità che provoca diffidenza e timore nei confronti di quanto non si conosce. Quella diversità che in qualche modo incuriosisce, per un istante ammalia, ma poi incute repulsione, istinto d’annientamento. Malva e Zelda sono come l’amanita, citata al principio del libro. Una rarità tra i boschi, bellissima eppure velenosa, che i passanti osservano con la debita distanza e poi distruggono a colpi di bastone, fino a farla scomparire dalla vista. La diversità è frutto delle superstizioni, dell’ignoranza, allora come oggi, se ci pensiamo e la storia, con poche varianti si ripete, senza retorica. Cremonini con accorta sapienza e uno stile assolutamente personale ne dà testimonianza nella sua opera, che consiglio vivamente a tutti i lettori. Aggiungo in ultimo, nel caso l’argomento fosse di vostro interesse, i due rimandi che mi sono baluginati nella mente, leggendo AmanitaChimera di Vassalli, uno splendido romanzo storico che illustra la triste vicenda della stria Antonia; e Le vespe di Panama di Bauman, il grande sociologo britannico, che nel suo brevissimo saggio (ovviamente fuori commercio, per fortuna rintracciabile su internet), indica una strada possibile verso la comprensione e l’integrazione delle “differenze”, lanciando una nuova e coraggiosa sfida al mondo contemporaneo.

 

 

 

 
 
 
 
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