In Amazzonia

In Amazzonia
È il 1997 quando a Cuzco, in Perù, un pulmino pieno di turisti passa per le strade che portano al Parco Nazionale del Manù con a bordo giapponesi ed australiani, soci di un club di birdwatching, tutti intenti ad avvistare otorongos (giaguari), taricayas (tartarughe), il shansho, “unico uccello ruminante del mondo” e che assomiglia agli indios – dice la guida. Lasciando intendere che puzza come loro. Su quel pulmino, seduta accanto ad Azzurra Carpo, c’è un’indigena. Il suo nome è Edith Kentehuari Tué. E lei ha il coraggio di alzarsi e dire: “Io sono un’india, ma non puzzo”. Non che questa cosa interessi molto ai birdwatcher,  però Edith inizia a parlare con Azzurra e il saluto che le lascia per l’autrice è come una promessa: “Quando andrai sull’Interoceànica, passa a trovare la mia famiglia.” E così per cinque anni la Carpo si prepara a questo viaggio documentandosi il più possibile e lo mette in atto tra il 2002 e il 2003. Trova alloggio in affitto da un’indigena di colore (tra gli ultimi), Olinda, professoressa dal grande senso di ospitalità. Quando Azzurra le chiede di sapere qualcosa in più sull’Interoceanica, è lì che approfondisce la vita di Chico Mendes. Chi era costui? Un ecologista brasiliano, assassinato nel 1988, attivista convinto che le parole “sviluppo” o “progresso” non necessariamente significassero radere al suolo tutte le foreste per tracciare una strada: la Carretera Interoceanica, appunto, quell’asse di connessione - fondamentale per l’economia del Sud America - tra Oceano Atlantico (Brasile) e Oceano Pacifico (Bolivia) che passa per il Perù, dove però i problemi economici e politici fanno di quella arteria una via ancora in terra battuta. Poi la scoperta del villaggio di Xapurì e l’incontro con la moglie di Mendes. Da lì l’incontro con molti personaggi che popolano queste terre tra cui Aracely Carvalho, discepola di Mendes, antropologa, sempre più trascurata. Di lei dicono che è diventata “più selvaggia degli indigeni” a forza di stare con loro nella foresta. E molti altri ancora. Fino a portare a termine quella promessa di alcuni anni prima…
Quando nel 2005 quel viaggio è ormai solo un ricordo, l’interrogativo cala come un macigno: ora che esistono gli accordi politici e i fondi economici per portare a termine il tratto peruviano, sarà possibile evitare quell’impatto ambientale tragico che è costato la vita a una miriade di indigeni già nell’area brasiliana? Con questa introduzione Azzurra Carpo ci accompagna per mano nel suo viaggio. Reportage che ha vinto il premio Italo Calvino intitolato a Paola Biocca, il libro ci porta alla scoperta di un’Amazzonia diversa. Non quella dei turisti che fanno birdwatching e restano affascinati dagli animali più rari ma si indispongono se avvicinati da bambini quechua che elemosinano o cercano di vendere i loro stracci. Immagini, suoni, parole, sensazioni. Vita indigena. Vita vissuta dall’altra parte del mondo.Vita di donne, per le quali la Carpo ha lavorato con un progetto di cooperazione internazionale nell’Amazzonia peruviana: promozione dei diritti  per le donne Shipibo. Un tono descrittivo, quella della Carpo, che traspare sentimenti e stati d’animo in ogni persona che incontra, in ogni paesaggio che vede al mattino, in ogni storia che ascolta. Qui lacrime e sorrisi hanno lo stesso peso e ci sono passaggi duri da digerire. Una galleria fotografica posta a metà libro ci mostra i volti di questo viaggio: famiglie dei vari popoli indigeni – Shipibo, Harakmbut, Kaxinawa. E poi una foto che ci regala quel tratto di carretera rossa, come la terra non asfaltata, che brucia a 40° gradi e che non è percorribile in caso di pioggia… quella strada che – come ci dice l’autrice fin dalle prime pagine - ha dato vita a questo reportage.

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