America

America
Karl Rossmann ha sedici anni quando viene spedito dai genitori in America per rimediare a una situazione incresciosa in cui si è trovato. Si trova sul ponte della nave pieno zeppo di emigranti pronto a sbarcare quando ricorda di aver lasciato l’ombrello in coperta. Affidata la valigia ad un conoscente - uno di quelli di cui gli sembra di potersi fidare solo perchè ha condiviso con lui l’esperienza della traversata oceanica - ritorna nel labirinto di passaggi e cunicoli nel ventre della nave. Da qui iniziano le sue avventure: la valigia non tornerà mai a prenderla (gli verrà riconsegnata solo in un secondo momento fortuitamente come era stata data in affidamento), perchè si troverà suo malgrado trasportato da eventi sui quali non sembra avere alcuna voce in capitolo. Difendendo un fuochista in cui si imbatte per caso, farà la conoscenza di quello “zio americano” di cui tutta la famiglia gli ha sempre parlato, pieno di soldi e principi ferrei, che lo introduce al sogno americano, al capitalismo e alla lingua inglese. Cacciato dallo stesso zio per inderogabili questioni di principio, incontra due canaglie che lo trascineranno in eventi inaspettati da una parte all’altra della grande nazione in cui tutti e tre volevano voltare pagina. Fino a raggiungere, dopo “due giorni e due notti” di viaggio il Teatro dell’Oklahoma, da cui ognuno può forse ripartire alla grande...
Il destino è nella produzione kafkiana sempre e comunque inderogabile e spesso (o sarebbe meglio ripetere, sempre e comunque) molto ironico. E con Karl Rossmann sembra divertirsi davvero tanto, mettendolo costantemente in situazioni difficili o imbarazzanti, da cui lui - stoico - sembra però uscire sempre a testa alta. Karl è l’uomo che si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato, in totale balia appunto di un fato che gli imbastice un’esperienza statunitense da non dimenticare. Purtroppo, questo romanzo postumo dello scrittore praghese (il libro è stato infatti pubblicato solo nel 1927 grazie all’interessamento dell’amico e biografo Max Brod) è incompiuto, e dalle lettere scritte dall'autore durante il periodo della scrittura sappiamo che a risolvere le sorti del Nostro sarebbe dovuta giungere una non ben definita 'mano dall’alto', che forse lo avrebbe ricongiunto con i familiari ostili. Quello che fa sorridere è anche sapere che le descrizioni fatte da Kafka su New York e il mondo americano veloce ed economicamente avanzato non derivano da viaggi personali (l’autore non si allontanò mai dall’Europa) bensì da letture di autori americani infarcite della proverbiale immaginazione che gli permetteva di raccontare, se non con grande puntualità con sicuro trasporto, una terra contraddittoria e molto, molto affascinante.

 

 

 
 
 
 
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