American gods

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Dopo tre anni di galera, Shadow sta per tornare a casa. Sa già cosa lo aspetta, ci pensa giorno e notte da un casino di tempo: il sorriso di sua moglie Laura, un nuovo lavoro nella palestra del suo migliore amico, Robbie. Stavolta Shadow starà lontano dai guai, garantito. Un paio di giorni prima della data del rilascio, il direttore del carcere lo convoca, e gli dà una notizia buona e una cattiva, anzi terribile. La buona è che lo rilasciano subito, in anticipo. La cattiva è che la moglie Laura è morta in un incidente stradale. Sconvolto, Shadow parte per la sua città d’origine, ma il maltempo rende il viaggio in aereo lungo e difficoltoso. A bordo, incontra uno strano individuo con la barba rossiccia e orbo da un occhio che dice di chiamarsi Wednesday e sa molte cose su di lui che non dovrebbe poter sapere: l’uomo gli offre di lavorare per lui, ma Shadow rifiuta infastidito. Quando però legge su un gionale locale che nell’incidente stradale che ha ucciso Laura è morto anche Robbie, capisce che non ha altra scelta che accettare l’offerta di Wednesday. Il suo primo incarico è difendere il suo datore di lavoro da un colosso muscoloso irlandese che sostiene di essere un leprecauno e col quale è costretto ad azzuffarsi vigorosamente in un bar: colpito dal valore di Shadow, il gigante gli regala una antica moneta d’oro. Le sorprese non sono finite per l’ex galeotto: al funerale della moglie viene a sapere che la donna al momento dell’incidente stradale stava praticando una fellatio a Robbie che era al volante: sconvolto e amareggiato dalla scoperta del tradimento ma ancora innamorato della donna, Shadow getta nella terra della tomba di Laura la moneta d’oro regalatagli dal leprecauno e parte per un lungo viaggio on the road al fianco di Wednesday. Ben presto Shadow scopre che il suo misterioso datore di lavoro altri non è che un’incarnazione “made in Usa” del dio scandinavo Odino, che sta tentando di radunare tutti gli antichi dei, ormai vecchi decrepiti dimenticati da tutti, per difendersi dalle trame dei moderni dei tecnologici e per affrontare una terribile minaccia incombente che potrebbe spazzarli via da questo piano della realtà. Una nuova America sconosciuta fino a quel momento si rivela agli occhi di Shadow, un’America nella quale fare colazione col dio-ragno Anansi o stare seduti sul sedile posteriore di un’auto a fianco dell’oscura dea Kali non è follia ma realtà, e dove una moglie morta può anche resuscitare e vagare come uno zombi dalla mente lucida e dal corpo in putrefazione per il potere di una moneta d’oro...

Gli americani non esistono. Sì, ci sarebbero i nativi americani, ma sono una piccola, martoriata minoranza etnica congelata in un malinconico declino. Il resto, la massa, è un puzzle di culture, colori, origini, radici diverse. Di divinità diverse, anche. Ogni colono approdato in America, dai vichinghi a Colombo, dai Padri fondatori agli schiavi africani, adorava i suoi dei, e così facendo ha “dato loro vita” anche sul suolo del Nuovo Mondo. Ma le religioni col tempo sono tutte andate in crisi, si sa, sostituite dal materialismo, dal consumismo, dal nichilismo, dagli show televisivi in prime time. E allora gli antichi dei dimenticati da tutti si sono adattati a integrarsi nella nuova società, come tristi pensionati in attesa dell’oblio. Neil Gaiman, acclamato sceneggiatore di fumetti d’autore, prende per mano questi vecchi dei e con loro ci guida alla scoperta dell’America più profonda, quella lontana dai riflettori, quella rurale, industriale, popolare: quella magica, quella della terra, del sangue, delle montagne, dei boschi, delle highways sconfinate e dei campi di granturco. Ironia della sorte, Gaiman è inglese (ama descriversi come “un inglese che vive a Minneapolis, Minnesota”), ma nonostante questo ‒ o chissà, forse proprio grazie a questo ‒ è riuscito a dipingere un ritratto meraviglioso, uno specchio nel quale ogni americano può vedere e magari anche comprendere se stesso. Una girandola di trovate geniali, una cura dei personaggi strepitosa, una fiaba dark che è al tempo stesso un reportage giornalistico e un diario di viaggio, un romanzo di formazione, un racconto esoterico pregno di simboli e metafore che si colora di thriller, fantastico e a tratti persino commedia. Se si dovessero scegliere i 10 libri più rappresentativi della letteraura americana di ogni tempo, American gods andrebbe preso in seria, serissima considerazione. Con buona pace dei puristi.

 


 

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