American Ground

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Le Torri Gemelle sono crollate l’11 settembre 2001. La prima a crollare, alle 9:59, è stata la torre sud. I piani più alti – quelli colpiti dal primo aereo – hanno trascinato con loro il resto dell’edificio. Ventinove minuti più tardi un altro aereo ha colpito la torre nord, leggermente più in basso. Gli effetti sono stati gli stessi. Devastanti. I crolli sono durati in tutto una decina di secondi. La torre nord è stata la più fortunata: almeno qualche sopravvissuto c’è stato. E non è tutto. Il World Trade Center copriva un’area ampia quattro ettari e profonda venti metri. Il crollo ha – in maniera anche piuttosto scontata – coinvolto le strutture e gli edifici circostanti. È stato distrutto un tratto della PATH (Port Authority Trans-Hudson) – una linea ferroviaria che collega New York con il resto del New Jersey. L’Hotel Marriott, all’angolo sud-ovest, è rovinato su se stesso. Sono rimasti in piedi tre piani, dei ventidue che erano prima. Un ponte appena davanti West Street è precipitato, schiacciando diversi pompieri ed impiegati che si erano rifugiati lì sotto. Tutto il World Trade Center ha finito di crollare alle 17:20. Il resto è storia. Gli attentatori sono storia, così come le inchieste e le conseguenze che questo attacco terroristico agli Stati Uniti ha portato. Quello che è rimasto oscuro – come accade in ogni guerra, in cui di solito vengono celebrati i comandanti e non i combattenti – è l’identità delle persone che hanno lavorato sul luogo del disastro nei mesi seguenti per togliere le rovine. Chi sono queste persone? Come hanno reagito? Com’è stato possibile spostare 200.000 tonnellate d’acciaio in così poco tempo?

Le risposte a queste domande le fornisce William Langewiesche – attualmente corrispondente internazionale per “Vanity Fair” e autore di molti saggi e reportage. È stato l’unico giornalista ammesso nell’area del World Trade Center dopo l’attentato. Non è sceso a patti con nessuno, mettendo in chiaro che avrebbe riportato fedelmente quanto visto. Ha scelto di raccontare l’impresa – perché di una vera e propria impresa si tratta – che è stata compiuta dagli uomini che hanno smantellato le rovine di Ground Zero. Sarebbe stato facile parlare dei sentimenti comuni, della rabbia, della tristezza, dei fantasmi che aleggiavano in quell’area maledetta e sfregiata all’indomani della tragedia. Di certo avrebbe venduto più copie e nessuno gli avrebbe mosso critiche (ad esempio la T Living History Project, associazione che voleva raccogliere testimonianze orali sull’evento lo ha accusato di aver “calpestato i morti” e di essere stato troppo cinico). Nella postfazione dell’opera il giornalista però ha motivato il suo rifiuto verso il lato sentimentale della tragedia e la scelta per certi versi insolita di essersi voluto occupare del tema dal punto di vista per così dire “edilizio”: il dolore è personale ed ognuno lo elabora come meglio crede, senza esplicitarlo. Langewiesche, anche grazie alla collaborazione con la rivista “The Atlantic Monthly”, ha via via confutato tutte le accuse e ne è uscito splendidamente. Nel suo dividere le persone in gruppi tribali, nei suoi resoconti sui litigi, sulle risse e sui furti emergono soltanto il suo voler parlare chiaro ed in maniera obiettiva, il non essere sceso a compromessi con nessuno. Non uno sguardo cinico, ma uno sguardo da reporter. American Ground è un libro che è sorto dalle macerie e ha celebrato la normalità, non l’eroismo: o meglio, l’eroismo della normalità. Ha messo in luce la prontezza di riflessi, la capacità di decisione delle persone in situazioni difficili, i rischi che si assumono in determinati momenti. È un libro che, un po’ come le imprese edili di cui parla, ha spazzato via fisicamente la tragedia passata e ha lasciato un suolo su cui costruire un futuro.

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