American Horror Story

American Horror Story

Se la maternità è senza alcuna ombra di dubbio uno dei pilastri fondamentali su cui si regge la costruzione della serie televisiva American Horror Story, legandone in maniera più che solida fra di loro tutte le stagioni, mai come in Coven tale elemento è espresso con una forza talmente dirompente da apparire addirittura come pressoché ferina. È infatti a partire da questo rapporto viscerale, che qui ha come pressoché esclusive protagoniste le madri e le figlie e le dinamiche che fra di loro vengono a crearsi, che muovono tutti i numerosi eventi, prevalentemente, com’è naturale che sia, assai violenti, che accadono nella Congrega. I tempi sono ormai maturi per l’arrivo di una nuova Suprema e ciò getta nell’angoscia profonda Fiona che non ha ancora intenzione di lasciare il posto ad un’altra. L’attaccamento al suo ruolo non è certo in alcuna misura motivato dalla grande responsabilità che ne deriva ma, soprattutto, dall’idea che il suo potere, o meglio i suoi poteri, debbano essere, a tutt’oggi, in grado di identificarla incontrovertibilmente come la più forte, signora e sovrana delle sue adepte, per le quali ha intenzione di rimanere a lungo un modello irraggiungibile e incontrastato. In una parola, ancora giovane. Questa ossessione per l’imperitura bellezza – altro principio ricorrente di American Horror Story – è il morbo che avvelena la vita di Fiona e che la accomuna a Delphine e a Marie, altre due donne tormentate dallo spettro della vecchiaia che finiranno per essere prigioniere di un’eternità di patimenti. Conservare la propria seducente avvenenza, però, non è la sua sola fissazione, poiché la Suprema, come da tradizione, gode anche di una salute a dir poco eccellente. Scoprire di avere un cancro è quindi per lei doppiamente sconvolgente, poiché non solo le paventa una fine di sofferenze, ma mostra l’inesorabile e ineludibile epilogo del suo regno...

È una serie televisiva per la quale l’appellativo “cult” non è effettivamente la solita iperbole giornalistica attraverso la quale riempire la bocca e le colonne del periodico, quotidiano o blog che sia sul quale si scrive: il suo creatore Ryan Murphy, di gran lunga migliore come soggettista che come sceneggiatore e soprattutto come regista, ha dato vita insieme al fido Brad Falchuk a un’operazione commerciale di indubbia riuscita, che sin dal 2011 accattiva spettatori anche non necessariamente appassionati all’abusato genere horror. Grazie soprattutto a una scrittura furbissima che sa essere sia classica, basandosi sulla rielaborazione di temi e simbologie universali e su fondamenta gotiche, grottesche, mélo, camp e noir, anche letterarie, che originale, al riciclaggio e rilancio di attori pur validi ma ormai perlopiù senza una carriera vera da parecchio, a incursioni nel genere pop e alla presenza di interpreti più che aitanti: e così abbiamo Dylan McDermott, Frances Conroy, Jessica Lange, Zachary Quinto, Joseph Fiennes, Sarah Paulson, Kathy Bates, Angela Bassett, Cheyenne Jackson, Cuba Gooding jr., Matt Bomer, Lady Gaga e chi più ne ha più ne metta. Inoltre è una serie antologica, ossia anche se spesso il cast ricorre ogni stagione fa storia a sé, si chiude, non eccede nel noioso cliffhanger di annata in annata, ha un titolo specifico che accompagna quello di base (American Horror Story, AHS) e di volta in volta porta gli spettatori avanti e indietro nel tempo e nello spazio, da Los Angeles al Massachusetts, dalla Louisiana alla Florida, da una casa infestata a un manicomio, da un circo a un albergo. Daniel Montigiani e Eleonora Saracino sono giornalisti e critici cinematografici, e la loro esegesi delle prime cinque stagioni del progetto AHS, una sorta di quintessenza del lato oscuro degli USA nella sua trasposizione filmica, è gustosa, intrigante, approfondita, accurata, mai banale o cattedratica, dotta, brillante e piacevolissima a leggersi, nonché corredata da numerose e splendide immagini.



 

 

 

 
 
 
 

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