American Sniper

American Sniper

Nassirya, Iraq. Marzo 2003. Una donna apre la porta di una piccola casa ed esce con suo figlio. La strada è deserta. Più in là, un gruppo di Marine marcia, avvicinandosi nella sua direzione, verso nord: la guerra contro Saddam Hussein è nel vivo. La donna prende qualcosa da sotto gli abiti, un grosso oggetto giallo. Una granata cinese. Sta per compiere una strage. Ma un uomo la sta osservando da cinquanta metri attraverso il mirino di un fucile, un’arma di precisione da sniper, un Win Mag bolt-action calibro .300. L’uomo preme il grilletto. La granata cade dalle mani della donna, colpita da una secondo colpo letale. L’uomo che ha sparato è un Navy SEAL che in dieci anni ha fatto registrare il più alto numero di uccisioni a opera di un cecchino di tutta la storia militare americana. Per gli amici è semplicemente “la Leggenda”; per i nemici al-Shaitan Ramadi, il diavolo di Ramadi, sulla cui testa pende una taglia consistenze. Quell’uomo si chiama Chris Kyle…

Resa celebre dall’omonima pellicola di Clint Eastwood – con sei nomination agli Oscar 2015 e vittoria del premio per il miglior montaggio sonoro – American Sniper è, come recita l’eloquente sottotitolo, “l’autobiografia del cecchino più letale della storia americana”. Il racconto di un texano, di un cowboy, che dopo aver partecipato a diversi rodei, decide di arruolarsi nei Navy SEAL, per poi diventare protagonista della sanguinosa guerra irachena del post-undici settembre. Quelle di American Sniper sono pagine – scritte a sei mani da Chris Kyle, Jim De Felice e Scott McEwen – che raccontano il dramma del conflitto, la perdita dei compagni, il dolore, il sangue, le contraddizioni di una politica che manda al macello i propri soldati per poi prendersi tutti i meriti, ma anche gli affetti, la dimensione privata di un uomo che stenta a trovare l’equilibrio tra essere un combattente e al contempo figlio, padre, marito. Pagine che si chiudono con la sofferta decisione del protagonista di congedarsi dai SEAL e dedicarsi alla propria famiglia. Solo per poco tempo, perché il 2 febbraio 2013 Chris Kyle, sopravvissuto a quattro missioni in Iraq e premiato con due Silver Star Medal e cinque Bronze Medal al valore, viene assassinato in un poligono di tiro da Eddie Ray, un ex marine affetto da disturbo da stress postraumatico. Lo stava aiutando a riabilitarsi.



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