American taste

American taste

È l’alba di un paesaggio mediterraneo: greggi al pascolo, arbusti di fichidindia, mare calmo: due uomini si svegliano, ripiegano i sacchi a pelo e si calano sul viso dei passamontagna in attesa della vittima che di lì a poco giunge con un’utilitaria. Da un’altura le pecore scendono a valle seguite da due pastori, uno di questi si accorge della presenza degli uomini armati ma resta indifferente e seguita a far procedere il gregge lungo il percorso stabilito e ben presto ode degli spari. Anche in Costa Smeralda è l’alba e all’interno di una lussuosa villa a ridosso del mare, un uomo si sveglia, fa colazione e riempie di acqua un’enorme vasca da bagno. Si dirige poi in camera da letto, solleva un corpo addormentato e lo fa scivolare all’interno della vasca ricolma. Da una custodia di cuoio estrae una lametta dorata e incide le vene dei polsi dell’uomo, infine si allontana attraverso la spiaggia lasciando il corpo immerso nell’acqua che diviene di colore rosso sempre più intenso. A piedi nudi discende la tortuosa scalinata che dalla villa conduce alla spiaggia di ghiaia e nuota per alcune centinaia di metri sino a giungere sopra la passerella che conduce ad uno stabilimento balneare. Il barista abituato alla sua presenza lo accoglie con un sorriso e gli prepara un cappuccino ricco di schiuma. L’uomo sorseggia il liquido nella tazza e guarda il mare pensando che quello sarà l’ultimo giorno di vacanza e che il pomeriggio un volo charter lo riporterà negli Stati Uniti. Bologna, alle prime luci dell’alba, due giovani all’interno di un appartamento, smontano delle armi e le infilano all’interno di due borsoni. Escono e attendono l’autobus numero 25 che li condurrà alla stazione. In treno si siedono davanti a due suore paciose e alla domanda di queste ultime sul motivo del viaggio i due rispondono che stanno per andare in vacanza. È l’alba nel carcere di Fleury Merogis, nei dintorni sud di Parigi: lame di luce colpiscono il capo di un recluso che lancia improvvisamente un urlo e si sveglia. Una mano delicata gli accarezza la fronte e gli porge una tazza di plastica con una miscela di caffè e cicoria…

Gioacchino Criaco è nato come autore di noir e tale connotazione mantiene anche nel romanzo successivo al fortunatissimo Anime Nere, questo American Taste. Tuttavia, a differenza del romanzo d’esordio, il Sud diviso tra sentimenti di onore ed obbedienze ai potentati malavitosi qui compare solo nelle pagine mediane del libro e rappresenta unicamente il bandolo della matassa di un romanzo “on the road”. Il fulcro della narrazione è rappresentato dalla rappresentazione della malvagità umana. Che si tratti di trafficanti di droga, di reduci del Vietnam, di terroristi dell’ETA, di malandrini, di poliziotti corrotti, di mercenari, è l’affermazione della giustizia umana, della vendetta al torto subito che costituisce il perno attorno al quale ruotano e volteggiano come acrobati in un circo maledetto tutti, proprio tutti, i personaggi del romanzo. La trama è complessa e densa di colpi di scena, fitta di personaggi ‒ una novantina tra attori e comprimari ‒ taluni animati unicamente dal sentimento della rivincita, talaltri dalla brama di potere e vengono descritti nella rispettiva essenza criminale senza tralasciare debolezze umane, tratti oscuri del carattere, lacerazioni derivanti da ingiustizie subite nel corso dell’infanzia. L’originalità di questo romanzo è tutta nella varietà dei soggetti e nel determinismo dell’agire di ciascuno, è un ambito che sopravanza la traccia e fa emergere lo spazio espressivo dell’autore con un manifesto, in nuce, di emergenze sociali riguardanti essenzialmente le minoranze sfruttate del mondo globalizzato e le perniciose tendenze all’omologazione che annullano sia in oriente che in occidente le tracce di antiche civiltà.



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