Amore e Anarchia

Amore e Anarchia
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“Non ci sono luoghi adatti per venire a sapere della morte di un amore[…] ma la galera è il peggiore di tutti quelli possibili”. Soledad Rosas è stata spostata in una cella di isolamento delle Vallette a Torino quando Luca, l’anarchico italiano che ha sposato per avere la cittadinanza, le porta la notizia che la farà urlare e imprecare come un animale ferito e che sta alla base della decisione dell’amministrazione carceraria di marcarla stretta, di sottoporla a vigilanza continua: Edoardo Massari, Baleno, si è impiccato in cella. Baleno, il suo compagno di lotta, il suo amore, l’uomo con cui sognava di vivere per sempre, adottare un cane di passaggio, fare un bambino, l’ha abbandonata. Forse in un’estrema affermazione di libertà e ribellione, forse aiutato da qualcun altro? Sarà solo dopo questo dubbio insinuatosi nella sua testa che Sole smetterà di maledirlo. Nata dal matrimonio tra due giovani e testardi impiegati della classe media di Buenos Aires a cui era stata sconsigliata la gravidanza, Soledad è la discendente in linea diretta di una progenie di eredi illegittimi nati dall’unione del primo dittatore argentino Juan Manuel Rosas e una india mapuche che lo accompagnava durante la campagna con cui conquistò il deserto e spogliò definitivamente i mapuche di qualsiasi diritto alla terra che abitavano. Non particolarmente brillante, Soledad patisce il confronto con la brillantissima sorella Gabriela, trascorre un’infanzia di sofferenze a scuola, non riesce ad inserirsi in nessuno dei gruppi, è maldestra e si rompe facilmente. I suoi cugini la definiscono una casinista sin da bambina, sempre pronta a litigare con tutti, a tirare fuori il suo proverbiale carattere di merda, non capisce le regole, nessuno sembra sapere come contenerla. Il passaggio da La casa nella Prateria ai Rolling Stones, intorno ai quindici anni, è piuttosto repentino e segna l’inizio di una lunga, caparbia fase di vita che durerà fino al suo ultimo giorno e sarà tutta vissuta in senso “ostinato e contrario”. Detesta i vestiti, il trucco, è bella da mozzare il fiato ma si trova orribile, non va d’accordo con quasi nessuno, comincia a frequentare sballati e gente che vive ai margini delle piazze, sembra avere magiche capacità di comunicazione solo con i cani e mette su un redditizio business di dog sitter, che le consentirà di finanziare il suo stile di vita e quello di molti dei suoi amici, tra cui il suo primo amore, quel Gabriel Zoppi che con i suoi abusi la segnerà in tutti i rapporti futuri con gli uomini. Sole è una ragazza capace di grande affetto attratta da una fascia della popolazione che non piace alla sua famiglia: gli anarchici, i ribelli, i tossici, i fuori di testa che trascorrono la settimana ad accumulare gli spiccioli per pagarsi l’ingresso allo stadio, secondo la definizione di sua sorella. La sua vita, fino al momento in cui arriva in Italia è una girandola di studi interrotti e ripresi, di amori grandi e meschini, di lavori e risparmi e auto e genitori ossessivi e paura della propria influenzabilità, di fughe e ritorni. Ed è proprio la fuga da un rapporto che non riesce a chiudere che la porta in Italia…

Martín Caparrós, pluripremiato giornalista di inchiesta di notorietà internazionale, è molto attento nel ricostruire “la vita urgente di Soledad”, nell’inanellare il succedersi degli eventi che l’hanno portata in Italia a ventitre anni senza aver mai sentito parlare prima del Treno Alta Velocità Torino-Lione contro il quale si battono gli abitanti delle valli piemontesi perché rifiutano di fare “fine degli indios”. Nemmeno dei “Lupi Grigi” e degli altri gruppi che rivendicano gli attentati con cadenza ormai mensile, ha ancora mai sentito parlare Soledad. Amore e Anarchia è innanzitutto la storia dell’evoluzione di un essere umano e del condensato che è stata la sua breve vita. C’è una grande cura in ogni riga e l’autore è molto attento a non trarre conclusioni, a non dare giudizi personali, ma a lasciare che a parlare siano in egual modo le persone, e sono decine e decine, che avevano conosciuto o anche solo sfiorato Soledad e le carte processuali, le intercettazioni, la bellissima lettera scrittale da Baleno. Ci sono scrupoli costanti nel suo invadere il territorio sconosciuto e scarsamente difeso di una vita che non c’è più. Chi marcherà i confini? Chi metterà un freno all’invasione? Martín Caparrós si interroga costantemente sui limiti di un biografo, sul genere di domande che avrebbe avuto l’ardire di fare alla diretta interessata se fosse viva e forse proprio grazie a questa costante sensibilità produce un documento vivido e naturale, un ritratto tridimensionale di una giovane, bellissima ragazza stritolata dalle maglie della giustizia italiana, finita in un gioco di cui solo alcuni conoscevano le regole. Una ragazza che ha trascorso in Italia una porzione brevissima, infinitesimale, della sua vita ma ha lasciato qui i suoi sogni e tutto un mondo di potenzialità inespresse, il cui rimpianto è molto evidente nell’amorevole tributo dell’autore. E nel film che dalla sua vicenda ha tratto la regista argentina Agustina Macri.



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