Amore lontano

Amore lontano

Scogliera sul mare Egeo. Il cieco e la sua guida riparano in una grotta. Il ragazzo di nome Lica scomparirà presto, lasciando il cieco a morire in solitudine. S’avvicina un grande sogno silenzioso: ecco il vecchio circondato dai suoi personaggi, Achille, Ettore, Ulisse, e Andromaca, Nausicaa, Penelope e la bella Elena. Ha cantato tutto questo, il cieco cantore Omero, e adesso osserva davanti a sé il maestro di tutti i cantori, Orfeo, e Calliope s’avvicina, infine. Parla Qoelet, figlio di Davide, re di Gerusalemme, comunica ai suoi concittadini palestinesi le sue riflessioni sulle cose degli uomini e del mondo appoggiando il suo nome a qualcuno vissuto prima di lui, con la fama di essere stato saggio, Salomone: “Quel poco o molto che io so, lo so per merito di Salomone e della grande tradizione di pensiero ebraica da lui rappresentata”. Virgilio si strugge tra le lacrime delle cose e l’onnipotenza della Fama. È colto da un ultimo viaggio in Grecia, come ultimo fu il viaggio verso una stazione ferroviaria di Tolstoj, e quella frase rivolta al figlio: “Andarmene, devo andarmene”. Vuole che l’Eneide non sia, non si compia, ma non può nulla. Ottaviano ha bisogno del poema fondante e lui, Virgilio, sta scivolando via da tutto questo, dagli uomini e le dispute, dalla ricchezza e la presa inevitabile della Fama. E sarà stata una prostituta sotto mentite spoglie, la donna che abbraccia sul letto di morte Jaufrè Raudel il trovatore, l’inventore della poesia come amor de lonh, ingaggiata dagli amici di lui, cavalieri di crociata, fingendo di essere la contessa di Tripoli Odierna, schermo in realtà dell’amore vicino e impossibile di Raudel per la bella regina di Francia, Eleonora – Alienor – d’Acquitania? Landa piatta di freddo e neve, dove i lupi si saziano di solo vento: chi è quella figura che cammina, sola, le mani incise di geloni, un fagotto a bagaglio di ricordi di desideri, di affetti? Come riconoscere, in quel chino camminante, l’esuberante poeta di bettole e osterie che fu François Villon, audace interprete di vizi e virtù parigini, autore di lazzi e scherni e stoccate interne agli ambienti accademici della Sorbona? Napoli, 1833, Antonio Ranieri ha deciso: l’amico Giacomo Leopardi andrà a stare con lui. Leopardi può così fuggire dall’assoluto negativo di Recanati, da Bologna, Roma, Firenze, e a Napoli, gradualmente, ritrovare un ritmo di lavoro, studio, scrittura e ghiottonerie, e poi lanciare versi caustici contro i letterati alla moda, il Progresso e contro chi ha in odio: manifesto ne sia la Palinodia pronunciata tra i tavoli all’aperto del Caffè Italia. Charleville, al confine con il Belgio, un ragazzo precoce e già poeta insegue frammenti di autenticità in letteratura e vita: si chiama Arthur Rimbaud, e in tre giovanili anni comporrà i versi della Stagione all’inferno, per poi scomparire alla poesia, mutarsi in commerciante ed in altre e altre vite…

Sette vite, sette poeti. Da Omero a Rimbaud, Sebastiano Vassalli si interroga sul significato di parola, e di poesia. Dall’esergo che con il vangelo di Giovanni recita: “In principio fu la parola”, fino alle ultime pagine in cui il narratore, questo poliedrico cantastorie di Genova, cita l’Enûma elîsh, il poema babilonese della creazione, “(…) quando sopra non era ancora nominato il cielo, di sotto la terraferma non aveva ancora un nome”, ma anche fino in fondo, fino alle ultime righe, fino alla finale immagine di poesia, Vassalli ne contempla la vicinanza all’uomo. Dove? Nella profonda lontananza. In questo romanzo in sette tempi, di cardini narrativi e documentari, con frammenti di versi a colmare di stupore lo sguardo lettore, Vassalli argomenta l’organica manifestazione della parola che, anticamente vicina alle cose, finisce per allontanarsi da esse, facendosi più simbolo, ma anche sfumato rumore, ma anche complicazione e distrazione. Solo in quell’immagine, nella poesia, la parola disvela qualcosa di divino. Le religioni nascono dalla parola e in seguito diventano qualcos’altro, si corrompono. Dio della parola che si rende dimostrabile e reale, che si dà nel miracolo della poesia, ma – da sottolineare – non si immischia nelle nostre faccende, non si fa umano. Sotteso postumanismo nella ricerca vassaliana: ma questo miracolo che rivive nella lettura dei poeti s’avvita ai poeti autentici (si badi bene, non scrittori di poesie), la cui vita è a sua volta organico e multiforme aderire, immergersi nelle cose di mondo (lacrimae rerum) per poi essere catapultati lontanissimo, e contemplare, registrare, cantare in versi. Sono vite di gioia, di dolore e malattia, di ultimi viaggi e di morte, morte lontano, morte solitaria. Sono turbolenti pretese della Fama, ma sono anche silenzio appartato dalle dispute umane. Vassalli esprime compassione per loro accompagnandoli nei momenti di odio e di scontro feroce con la società degli uomini, di regole strette e mediocre abitare. Questi sette poeti sono sette fuochi chiarissimi in “poema indecifrabile e infinito” che osservano. La poesia, la loro poesia è “vita che rimane impigliata in una trama di parole”: il lontano traluce di tra le pieghe del vicino, per frammenti e lampi di significato, per carnali pesi e siderali contemplazioni. È venire e andare, questo miracolo che si compie mentre la carne del poeta deperisce, si consuma, s’avvicina alla terra, si disincarna. Il volto di Saffo è epigrafe del cammino, la frase di Tolstoj tanto racconta di questo racconto: “andarmene, devo andarmene”.



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