Amsterdam

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“Tutto era cominciato con un formicolio mentre alzava il braccio per fermare un taxi”, poi le difficoltà nel ricordare i nomi, anche parole semplici come letto, specchio e panna, e da allora è stata rapida e progressiva la discesa verso il baratro di una malattia che prima di portarsela via ha reso prigioniera del suo stesso corpo la spregiudicata e amata Molly Lane, donna affascinante, fotografa, critico gastronomico, floricultrice, redattrice di Vogue e tante altre cose… Povera Molly! La rapidità del suo declino “nella follia e nel dolore diviene argomento di pettegolezzo al suo funerale”. E proprio lì, tra la folla dei nerovestiti, davanti alla cappella del crematorio, si incontrano due vecchi amici, due dei molti ex amanti di Molly, Clive Linley e Vernon Halliday, ancora segretamente innamorati di lei. Clive è un famoso e sedicente geniale compositore di musica, al quale è stato affidato l’incarico di comporre l’Inno del millennio, una sinfonia unica e irripetibile come l’Inno alla gioia, per celebrare il passaggio al nuovo secolo e al nuovo millennio. Vernon Halliday è il direttore del Judge, rispettabile quotidiano londinese in piena crisi di vendite e per il quale è già partito il countdown verso l’arresto delle rotative, a meno di trovare una storia, uno scoop, qualcosa di veramente forte e sensazionale, in grado di invertire l’inarrestabile emorragia di lettori. Mentre si scambiano i ricordi frammentari delle rispettive relazioni vissute con l’esuberante donna ormai defunta, i due amici si ritrovano ancor più accomunati e solidali nel manifestare il proprio disgusto per altri due amanti di Molly presenti al funerale: George Lane, ultimo marito della donna, “editore ricco e mesto”, azionista del Judge, e Julian Garmony, viscido e opportunista Ministro degli esteri, che si è fatto strada in politica guadagnandosi la candidatura a futuro Primo Ministro, “mettendo su uno straordinario commercio di idee xenofobe e forcaiole”. Il funerale di Molly segna indelebilmente le esistenze di Clive e Vernon, che in preda al terrore della malattia e della possibilità di ritrovarsi in un indefinibile futuro come l’amata Molly prigionieri del proprio corpo, incapaci di decidere del proprio destino, siglano un patto: “nell’ipotesi che io dovessi ammalarmi in modo grave e incominciassi a perdere colpi, a scordare il nome delle cose, o a non sapere chi sono, vorrei sapere che c’è qualcuno disposto ad aiutarmi a morire”, così chiede Clive a Vernon, il quale accetta in cambio della reciprocità dell’impegno...
Ian McEwan non si smentisce e come un’abile ricamatrice compone il quadro multisfaccettato del suo romanzo, utilizzando la penna con la precisione della punta di un ago e lasciando al lettore il piacere di apprezzare la particolare nitidezza nell’uso delle parole. Pubblicato nel 1998, Amsterdam è il romanzo breve che, tra non poche polemiche, è valso a McEwan il titolo di vincitore del prestigioso premio letterario “Booker Prize”. Eppure, non è escluso che l’iniziale lettura si accompagni alla sensazione, passeggera in verità, di trovarsi di fronte ad un’opera meno riuscita del grande romanziere inglese. Si tratta, come detto, di un sentimento momentaneo, che si dissolve nei giorni che seguono alla fine della lettura del libro. È allora che sembrano riemergere dal buio dei pensieri non ancora formulati, i tanti spunti di riflessione, nascosti qua e là tra le pagine che, prima superficialmente assaporate, vien voglia di gustare appieno. Definito dallo stesso McEwan un romanzo “sull’ambizione, sul tradimento e sulla stupidità umana”, Amsterdam è una partitura, è la scrittura complessa di una polifonia. Come un prisma scompone la vita privata dei protagonisti nella variopinta complessità che contraddistingue ogni individuo, che è drammaticamente “uno, nessuno e centomila”. Il tema scottante dell’eutanasia vela le pagine del libro e tra le righe svela, forse secondo un’analisi azzardata, ma non per questo priva di interesse, un pensiero atroce e doloroso: colui al quale è stato affidato l’onere di dare la “buona morte” è davvero in grado di decidere fino a quando la vita sia degna di essere vissuta? Ovvero, non soltanto la malattia in senso stretto può rendere qualitativamente inaccettabile l’esistenza.

 

 

 

 
 
 
 
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