Angelica e le comete

Angelica e le comete

Kalamet (più o meno in provincia di Trapani), Sicilia. Fabio Stassi, bibliotecario all’università “Sapienza”, sposato con una figlia, risiede a Viterbo e tutti i giorni lavorativi fa avanti e indietro con Roma in treno. Clemente, il suo libraio di fiducia nel quartiere di San Lorenzo, gli ha dato un elenco di bei volumi d’antiquariato. Lo scorre e trova il proprio stesso nome in cima alla scheda relativa ad Angelica e le comete, “una pantomima in tre chiavi per voce, pupi e piccola orchestra da camera”; un esemplare imperfetto col dorso rovinato, rilegato in rosso e illustrato con una decina di disegni. Pare che racconti la storia di una ballerina in una compagnia di marionette siciliane nell’Ottocento. Si ricorda di avere immaginato di scriverlo, non di averlo davvero fatto. Eppure Clemente trova il volume e glielo consegna. Si ricorda di aver buttato giù solo un paio di pagine, di averle spedite a Bufalino, che gli rispose con una bella lettera, tutto lì. Ora ha il volume in mano, lo sfoglia, torna subito a casa, lo legge e rilegge. Caterina è una graziosa minuscola stupefacente zingara danzatrice scalza, in carne e ossa, con fare da bimba ma non giovanissima (aveva già lavorato come nana in un circo), capelli sciolti sulle spalle, capace di capriole che nemmeno i gatti. La compagnia gira con la carrozza e debutta a Kalamet, una delle aree siciliane di chiara influenza araba, ai tempi dell’Unità d’Italia, incrocia Garibaldi e i Mille. Per lo scontroso padrone poliglotta analfabeta Lo Spagnolo e il fedele cocchiere gigante Bruciavento è Cate, per i pupi (compresi il furioso Orlando e l’innamorato Ardesio dalla “pelle” scura) la bell’Angelica nell’opera rappresentata, in mezzo a conflitti e avventure, vari altri animali e marionette con vita propria…

Il bravo bibliotecario di origine siciliane e gran lettore Fabio Stassi, ormai giunto a una decina di bei romanzi (il primo era del 2006), gioca ancora una volta all’incastro del libro col libro, riprende intreccio e protagonisti di un precedente racconto e dà libero corso con autoironia alle fantasie e magie di cappa e spada, degli eserciti carolingi e degli accampamenti saraceni, dei cavalieri d’armi e degli amori cortesi, di duelli e battaglie mosse da fili. Una vicenda esile e garbata: il corpo del romanzo è il libro antico, con frontespizio della prima edizione e illustrazioni originali, prima e dopo parla e spiega qualcosa l’autore (di entrambi). Ci sono i tempi, i contesti, i modi, i pensieri di chi legge (ora), di chi rappresenta storie orali (alla fine del Regno delle Due Sicilie), delle storie (guerre del passato, altrove), non sovrapposti, piuttosto innestati con linguaggi appropriati che si integrano. I pupi hanno sentimenti e impulsi propri, Cate è sfruttata ma non ha fili, ognuno ha rimandi letterari e relazioni autonome. I notevoli eleganti incastri del romanzo sono quelli fra la lettura e la scrittura, fra le pagine scritte e la vita reale, fra le vicende materiali e i sogni, un influsso costante e reciproco. “A volte penso che sono vecchio di secoli, non per le cose che mi sono accadute ma per i libri che ho letto. Sono i libri che invecchiano e fanno disperare, i libri di cui non si trova il sigillo, le istruttorie che restano senza esito e non si possono archiviare”.



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