Animali in guerra vittime innocenti

Nel corso delle operazioni belliche della I e II guerra mondiale, oltre centomila animali furono uccisi durante il trasporto merci e sui campi di battaglia. Si parla di uno sfruttamento disumano di cavalli, muli, cani, piccioni, gatti. Ogni animale veniva impiegato in base alle caratteristiche fisiche. I muli, che per prestanza e resistenza erano in grado di trasportare materiale bellico fino a cento cinquanta chili, erano preziosi, ma immancabilmente soppressi nel caso riportassero ferite alle zampe. I colombi venivano allevati e trasportati con colombaie mobili, risultavano fondamentali per le comunicazioni tra le truppe. I cani venivano inviati presso i nemici con un carico di esplosivo legato addosso, così da lasciarli saltare in aria sul posto, altri utilizzati per trainare i carretti in montagna o inviati come soccorso per individuare i soldati feriti o dispersi – spesso con carta e matita per riportare un messaggio. I ratti risultavano utilissimi nell’individuare i campi di mine ed erano capaci di rimuovere l’esplosivo in poco tempo. Importante la presenza dei cavalli, compagni d’armi per i soldati, la guerra ha reso necessario il loro sacrificio. Spesso sono stati la sola risorsa alimentare che ha garantito la sopravvivenza, il legame con gli uomini che si occupavano di loro è testimoniato da numerose lettere dal fronte, documenti necessari a ricostruire le dinamiche che si sono sviluppate in quegli anni difficili. “La guerra non è quella celebrata dalla storiografia ufficiale tra alleanze, battaglie e vittorie. C’è qualcosa di più. Le orme del tempo che avanzano, non sempre disperdono i ricordi crudi dei reduci.” Sul fronte pulci, zanzare, topi, malattie varie, fame, freddo, sete, solitudine affliggevano i soldati. I rapporti umani erano allo stremo e in alcuni casi persino la compagnia di un ratto appollaiato sul petto durante la notte regalava un po’ di conforto. Il legame tra uomini e bestie è tale che in molti si sono posti domande su ciò che questi ultimi sono in grado di provare, sui loro sentimenti, sull’esistenza di un dio degli animali e di un angolo di paradiso “dove riposano beate le anime di tutte le bestie”…

“La presente opera è dunque dedicata a tutti quegli animali distesi sui campi di battaglia che altro non furono se non umili personaggi soggiogati al volere dell’uomo”. Il libro nasce dalla volontà di raccontare una parte poco nota degli eventi storici e di certo trascurata dalla storiografia. Ha inoltre origine nel background culturale e familiare dell’autore, a cominciare dall’esperienza in guerra del padre, Alfonso Di Michele, che insieme agli alpini partecipò nel 1942 alla campagna di Russia. Nel 1993 scrisse un diario in cui riversò i ricordi legati a quel tremendo periodo di guerra: il fronte, la Siberia, i campi di concentramento. In seguito Vincenzo Di Michele raccolse il materiale lasciato dal padre e lo trasformò nel romanzo Io prigioniero in Russia, un’opera con oltre 30 mila copie vendute, una testimonianza intensa, memoria di un passato che è opportuno non rimuovere mai dalle coscienze. Nel saggio ricco di fonti: Animali in guerra vittime innocenti, emerge tutto il rispetto verso creature sottoposte ad abusi e sfruttamento per una guerra che di certo non gli apparteneva. Carne da macello gettata sui campi di battaglia che solo in sporadici casi ha ottenuto un riconoscimento ufficiale: il cavallo Albino, imbalsamato dopo la morte e considerato una “preziosa reliquia di un mondo scomparso”; il piccione Cher Ami che si distinse nel 1918, anche lui imbalsamato dopo la morte a memoria delle sue gesta. Delle guerre si studiano gli atti ufficiali, le grandi battaglie, i personaggi illustri, ma la vera guerra è quella vissuta nel quotidiano dai soldati e dagli animali che li accompagnano, da quello che patiscono, dalle risorse fisiche e morali cui attingono per andare avanti. Vincenzo Di Michele ha come obiettivo quello di colmare le lacune e fare chiarezza su molteplici argomenti spinosi, un impegno che richiede studio, analisi, raccolta di nuove prove e testimonianze, la capacità di affrontare questioni non facili, ancora sottoposte a pregiudizio e tabù, come dimostrano i suoi scritti: Mussolini finto prigioniero al Gran Sasso, La famiglia di fatto o la guida Come sciogliere un matrimonio alla Sacra Rota.

 


 

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