Anime perse

Anime perse
Notte di Halloween nella più provinciale provincia americana. Lawrence, un poliziotto depresso, fa ritorno a casa dopo una giornata di lavoro. Ha fatto il sorvegliante in un centro commerciale pieno di persone travestite e di bambini. Tra questi c’era anche suo figlio, vestito da ET, insieme alla ex moglie di Lawrence e al suo nuovo compagno. Lawrence ha tentato di avvicinare il bambino, senza successo. In macchina riceve poi una telefonata da una centralinista, la quale lo avverte che una bambina di tre anni è scomparsa e, dunque, la notte passa tra le ricerche.  Insieme a Lawrence, in macchina c’è anche il suo cane Max, l’unico essere con cui ha un vero rapporto dopo la separazione dalla moglie. Ed è proprio Max che, nei pressi della casa della piccola, inizia ad abbaiare e indica un punto preciso dove pare ci siano solo foglie. Presa una torcia, Lawrence sposta le foglie e con il raggio di luce scrutatore scopre il volto morto della bambina, una sorta di angelo addormentato tra le foglie e i grumi di sangue. Sembrerebbe vittima di un incidente stradale ma molti dubbi si insinuano sin dal primo istante. Iniziano così le ricerche e gli indizi sembrano tutti portare a una sola persona, anche se tutta la cittadina sembrerà poi abitata da una massa unica di “anime perse”….
Il romanzo di Michael Collins ha ricevuto critiche molto positive in patria: sul Rocky Mountain News si legge ad esempio che “Collins trasforma i cliché in un sapiente racconto circa la lotta di un uomo che vuole capire se stesso e guarire dalle perdite che costellano il suo passato, costringendo il lettore a confrontarsi con i segreti di tutte le vite americane”. Se infatti il racconto noir appare banale e ripetitivo, all’interno del canone, l’interesse del libro è suscitato dalla metafora che esso rappresenta: la plumbea provincia americana, incarnata in tutti i personaggi a partire dal malinconico protagonista, è una condizione mentale, dalla quale sembra difficile fuggire. Nonostante il paragone tra lo stile di Collins e quello di David Lynch operato da The Times Literary Supplement ci sembri decisamente troppo generoso se non proprio inappropriato (stile che “illumina l'esistenza quotidiana alla maniera dei film di David Lynch”), il talento narrativo e introspettivo dell’autore è innegabile. Il romanzo è una sorta di paesaggio americano fatto di piccole vite e di piccole persone, di paure, di ansie e disperazioni, di uno squallido malessere condiviso e non capito fino in fondo nemmeno da chi lo prova. Un “sogno americano” che diventa incubo e che, nonostante non rappresenti nulla di nuovo né  livello tematico né a livello stilistico, continua a far riflettere.

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