Anni di piombo, penne di latta

Anni di piombo, penne di latta

All’inizio degli anni ’60 l’Italia si scopre meno contadina ma più industrializzata e consumistica. Di fronte alle trasformazioni tecnologiche e alla massificazione del mercato gli intellettuali provano disorientamento e perplessità, in quanto vedono venire meno i valori resistenziali e soprattutto si rendono conto dell’impossibilità di creare una società laica e democratica. Calvino e Pasolini sostengono che la letteratura non è ormai in grado di interpretare criticamente la realtà, e di conseguenza si chiedono se abbia ancora senso l’impegno dello scrittore. Il ruolo del maître à penser è ulteriormente scosso dal movimento studentesco del ’68. C’è chi si schiera a suo favore leggendovi un salutare svecchiamento della cultura come Fortini e Moravia, chi come Calvino mantiene una posizione equidistante, mentre Pasolini lo contesta bollandolo come mera espressione borghese. Con l’oscura stagione della strategia della tensione l’intellettuale è spiazzato e non sa quale posizione prendere. Al solito a mostrare grande lucidità è l’autore di Scritti corsari che inizia una solitaria battaglia contro il Potere, da lui identificato nei gerarchi della DC e in sotterranee forze eversive antistato. La sua indignazione iconoclasta si contrappone al senso di impotenza dei Calvino e dei Moravia, i quali trovano inutile commentare la violenza terrorista. Discussioni e polemiche verranno di lì a poco ingoiate dall’atroce notte all’Idroscalo di Ostia…

Anni di piombo, penne di latta è una ricca e precisa analisi degli sforzi interpretativi e dialettici degli intellettuali italiani nei confronti di una realtà, quella cha va dagli anni Sessanta agli Ottanta, sfuggente, magmatica, in continua evoluzione. Una realtà non sempre da loro compresa, o forse talmente capita da sentirsi fuori luogo. Quello che colpisce è il profondo dibattito – testimoniato dalle molte fonti documentarie riportate nel testo - che gli scrittori seppero suscitare sull’imborghesimento del Paese e su fenomeni di contestazione come il ’68 e l’ancor più sanguinoso terrorismo. In questo saggio scorrono nomi importanti del panorama culturale italiano dell’epoca, da Calvino a Moravia, da Fortini a Sciascia, fino a Pasolini a cui è dedicato un ampio spazio. A loro è riconosciuto l’enorme sforzo che fecero per decodificare il mondo cangiante che gli scorreva davanti, e sono altresì sottolineate la loro perdita di capacità di parlare alla gente e un certo astrattismo di giudizio sulla violenza estremista. Roberto Contu racconta quei difficili anni con grande intensità, mettendo in evidenza i drammatici contrasti ideologici vissuti dai nostri intellettuali immersi in un contesto socio-politico che sfuggiva loro di mano. Se non sempre sono stati in grado di interpretare il nuovo, hanno avuto il merito di intuire che si stava andando verso una società inconsistente e liquida.



 

 

 

 
 
 
 

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