Anonimo assassino

Marco sta ancora dormendo quando sua moglie Laura cerca energicamente di buttarlo dal letto, tirando su la serranda e aprendo la finestra della camera da letto: “Hai fatto di nuovo le ore piccole davanti al computer!”, gli dice. Sono già le 8.00 e lui rischia di far tardi allo studio. Per l’ennesima volta fanno il brindisi con le tazzine del caffè, un “vizio” che hanno preso dall’inizio della loro storia, otto anni prima, in una piccola sala ristorante dell’Università “Sapienza” di Roma, un’abitudine romantica, un gesto semplice ma che denota il grande sentimento che li lega. Marco si è innamorato subito di lei e ricorda ancora ogni singolo particolare, ma soprattutto il suo sorriso, una specie di calamita capace di stregare! Terminato il loro rito mattutino, lei deve scappare e sollecita il loro bambino Matteo che si sta buttando a capofitto nel letto con il papà. Qualche bacio, qualche scherzo, ma poi è la mamma ad averla vinta e il piccolo si avvia per le scale. Tutto perfetto per Marco, si sente appagato. Accende lo stereo (lui respira musica), si avvia verso la doccia quando viene richiamato da uno stridio di gomme. Si affaccia di corsa, vede un gruppo di persone, mentre il campanello di casa inizia a suonare ripetutamente. Viene assalito da un senso di inquietudine, un brutto presentimento, anche se spera che sia la moglie che lo chiama perché si è dimenticata le chiavi della macchina. Invece al citofono è il portiere dello stabile che gli dice che è successa una disgrazia e che deve assolutamente scendere di sotto...

Probabilmente l’autore ha dato consistenza a tanto sentire comune, perché sempre più spesso, a fronte di una giustizia definita un po’ troppo “morbida”, si sente commentare: “Se l’avessi tra le mani io!”, o “Datelo in pasto alla gente!”, soprattutto quando a causa di un abuso, di un errato comportamento sociale, di un qualsiasi genere di devianza, sono proprio le persone comuni, che nello specifico non c’entrano niente, a farne le spese. E quando ci sono di mezzo i bambini, anche peggio! Un romanzo che scorre via veloce come un lampo, nonostante il suo consistente numero di pagine, ma che poi alla fine lascia un po’ di sconcerto sull’epilogo. Sembra un po’ troppo naturale l’assuefazione al delitto, pur se di delinquenti. Nessun senso di colpa, nessun pentimento, nonostante nessuno del gruppo di vendicatori sia avvezzo al crimine. E poi c’è il fantomatico editore di inizio e fine romanzo, quello con cui, in qualche modo, il protagonista gioca al “gatto con il topo”, avendo la garanzia di pubblicazione dei propri scritti, pena la morte per una colpa specifica venuta fuori strada facendo. Insomma nella non facile vita dei vendicatori (accidenti che organizzazione messa in campo in ogni delitto!), l’esito finale, almeno, consente, pur se attraverso il ricatto, a uno scopo specifico: rendere nota la loro stessa esistenza e quella del loro gruppo. E suona un po’ sinistro quel “Fissatevelo bene in mente: voi non ci vedete, ma noi ci siamo”... Inoltre il nome dell’autore, Dylan Rock, è di certo un nome inventato. Quindi…

 


 

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