Anonimo veneziano

Lui la aspetta alla stazione di Venezia, in testa al binario quattro, sapendo perfettamente che deve passare di lì. Se viene, naturalmente. E lui non lo sa. Non ha la certezza che lei ci sia. Ma poi la vede. Eccola. C’è. Indossa un tailleur di lana, di un colore che gli pare una tinta non meglio precisata fra il verde e il marrone, ha una camicetta di seta color tabacco, al collo un filo di perle, forse nemmeno vere, porta con sé una borsa di cuoio marrone e un ombrello che una volta chiuso ha dimensioni minuscole. È elegante e soprattutto è ricca, si vede. Da quando sta a Milano con quell’altro, che le ha dato anche una figlia, ha proprio l’atteggiamento della ricca, superiore, sprezzante, che gli fa la grazia del suo tempo nonostante il rancore giustificato che prova perché è una donna perbene, e lui non manca affatto come al solito di farglielo notare con acredine, per il gusto dispettoso di ferirla. E infatti cominciano a discutere subito, come sempre, per esempio dell’annullamento del matrimonio, finito da otto anni, alla Sacra Rota: per chi ha delle disponibilità economiche è tutto più semplice. Anche se di mezzo c’è un figlio, ora undicenne (ma aveva tre anni l’ultima volta che ha incontrato suo padre), e quindi certo l’unione non si può dire che non sia stata consumata: ma soprattutto non è la lotta di classe, i cui fermenti serpeggiano nell’aria, il motivo per cui sono lì…

Per citare Ivan Cotroneo, è la cronaca di un disamore. Almeno all’inizio. Poi diventa molto di più. E di diverso. Vengono alla mente altri due titoli, ma solo per la suggestione delle parole che li compongono: C’eravamo tanto amati e Morte a Venezia. Filosofico, durissimo, struggente, straziante, impietoso, definitivo ritratto della perenne relazione, nella vita (osservata sempre in tralice, schernita con un riso schietto, rassegnato, amarissimo, antiretorico e disilluso) fra amore e morte, anche se spesso chi ama tende a mentirsi, credendo – o fingendo di farlo – che tutto sia eterno, che nulla possa un giorno finire, nonostante l’inevitabile sia proprio invece la realtà fatta del trascorrere del tempo che corrompe a lungo andare ogni cosa, il testo di Berto, autore fra i più significativi e dimenticati del Novecento, è nato come sceneggiatura. E si vede. Non ci sono battute a vuoto, lungaggini, ridondanze, la forza sta nei cenni immediatamente evocativi. Per un film che Enrico Maria Salerno voleva dirigere e che, profondamente figlio del suo tempo e di quell’estetica calligrafica e decadente, ha fatto effettivamente la sua comparsa nelle sale, corredata, nonostante le assurde polemiche in merito a una somiglianza che invece non esiste proprio con Love story, da un discreto successo, un David di Donatello alla miglior attrice, Florinda Bolkan, valida protagonista assieme all’altrettanto intenso e giusto per la parte Tony Musante, uno speciale per il regista, due Nastri d’argento per fotografia – le brume di Venezia, liquida, cangiante, sempre oscillante, invernale, neghittosa, disfatta, triste, sono perfetto specchio dell’animo dei personaggi – e colonna sonora (la musica ha un ruolo fondamentale, già il titolo rimanda a una composizione per oboe e archi del settecentesco Alessandro Marcello), nel 1970. Ma Berto aveva cominciato a lavorarci nel 1966 durante un lungo soggiorno a Cortina d’Ampezzo. E nel 1971 diventa libro per Rizzoli in forma di dialogo diretto, e nel 1976, prima della riscrittura attuale in forma di romanzo breve, pure un copione teatrale. È la storia di due ex: lui è un musicista depresso, appassionato, affascinante, lacerato, povero, che si diverte a ferire lei, bellissima e astiosa. Passeggiano per calli e campielli, e non si capisce davvero il perché di questo nuovo incontro tra due che sono ormai perfetti sconosciuti ed estranei, fino alla rivelazione che cambia completamente le carte in tavola: lui è condannato.



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