Aperture all’immaginario

Aperture all’immaginario

Un ricercatore in etnoarcheologia si presenta a un convegno con un sacchettino di plastica. Nel sacchettino sono contenuti frammenti di roccia raccolti vicino al bassorilievo di Ba’attì Mariam, in Eritrea. Il ricercatore si presenta come “spacciatore di esperienze performative”, e fa assaggiare ai colleghi qualche frammento, per far conoscere il sapore dell’Arte Rupestre. Taouardei, sito nella Repubblica del Mali, complesso granitico composto da massi che l’erosione ha smussato, ammorbidito, dando la caratteristica conformazione all’ambiente. Città geologica, città invisibile, punto di convergenza per popolazioni nomadi sahariane. Passaggi che si succedono, incisioni rupestri che raccontano, reperti paletnologici a dare un’idea “della complessità della presenza umana e del suo rapporto con le condizioni ambientali”. Aridità, acque misteriose e preziose, pareti rocciose. L’acqua traccia, erode, disegna reticoli, la roccia offre superficie, offre sfondo dinamico a incisioni, a evocazioni di animali, uomini, scene di vita vissuta. Anfratti e grotte divengono scenari, palchi e quinte in cui celebrare il rito della rappresentazione, dell’evocazione per immagini, e segni si traducono in suoni, colori su pietra “che canta”. Micro-orografia narrante. E l’esploratore, con i suoi necessari mezzi di ricognizione cronologico-necessari, preso nel suo rito di accostamento all’arte rupestre, può tentare qualche passo in direzione di un ascolto diverso del luogo che lo circonda, ormai non più passiva superficie di informazioni da catalogare…

Giulio Caligari invita a liberare l’arte rupestre. Lo fa, dopo quello che sembra un lungo e profondo viaggio attraverso le sue numerose ricerche e spedizioni africane, dopo aver riguardato e riconsiderato i suoi appunti,“reticoli” di informazioni e segni, alcune particolari intuizioni. Ciò che viene richiesto all’esploratore, è un ascolto partecipativo davanti a un’esperienza, quella della pittura rupestre, che viene da lontano e al contempo può ri-guardarci. La domanda è: come tuffarsi, immedesimarsi, naufragare davanti a qualcosa che “non è soltanto quello che si vede?”. Carattere immersivo della fruizione dell’opera, possibilità di lasciarsi trascinare dal linguaggio ambiguo e indefinito delle immagini, cogliere lo spaesamento fecondo, stare in posizione attiva. Accanto alla ricerca tradizionale, alla datazione e alla catalogazione, Caligari suggerisce un passo urgente per la giovane ricerca etnoarcheologica, di approccio transdisciplinare: accostarsi all’oltre evocato dal teatro e la ritualità dell’arte rupestre, dalle stilizzate sagome di animali che si tendono sulla parete rocciosa il cui movimento di scanalature, pieghe, dislivelli e ruvide difformità echeggia il movimento nello spazio ambientale in cui effettivamente si svolgeva il vissuto quotidiano degli artisti e dei fruitori contemporanei di quelle opere. Non c’è bisogno di paesaggio definito, né di figure “descrivibili e rassicuranti”. Si viaggia verso un altrove, per chi esegue e per chi cerca: il paesaggio era visto sulla parete, perché “scorgere in essa la micro-orografia significava richiamare la natura stessa del sogno”. Apertura all’immaginario, liberazione dell’arte rupestre.



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