Apocalisse in pantofole

Apocalisse in pantofole
È l’inizio della fine. In un futuro imprecisato ma che sembra tanto domani, quattro quarantenni italiani diversi per esperienze e stili di vita, ma uniti da un’amicizia di vecchia data e pigra da abbandonare, si muovono tra le rovine di un mondo senza vento e senza pioggia. Gli animali sono scomparsi, la frutta è una merce introvabile da trecento euro a macedonia, l’acqua minerale un bene di lusso e la corrente c’è solo un’ora al giorno. Edoardo assiste alla sua messa a nudo e a quella dei suoi amici, al loro indolente aggrapparsi alla vita, in una corsa contro il tempo per salvarsi prima della fine del mondo. Se mai ci sarà… 
Risulta sempre rischioso e molte volte fuorviante parlare di fine del mondo, e soprattutto mettere la parola “apocalisse” nel titolo di un libro. Tolti gli appassionati di genere, spesso cose di questo tipo hanno un effetto respingente sul lettore. Eppure proprio di fine del mondo si continua a parlare in questo libro. Ma è una fine del mondo dal sapore molto realistico che, tolti due o tre dettagli (come la mancanza di vento o di animali), altro non sembra se non la vita che stiamo vivendo. La crisi che stiamo affrontando, o che spesso abbiamo l’impressione di non affrontare affatto, come fanno i personaggi di Franceschini e come fanno i governi della “finzione” messa in piedi dall’autore. Un ragazzino venuto forse dal futuro, un dodicenne con la coscienza di un cinquantenne che ha visto l’apocalisse srotolarsi e infine fermarsi, suggerisce che forse non si tratta della fine del mondo ma di quella che, usando altre parole, pare riconducibile alla “decrescita felice”: “L’umanità ha continuato a vivere, adagiandosi sulla propria agonia senza fine. […] Si parlava di abituarsi al nuovo ordine delle cose. Non è tornato tutto come prima, ma non è neanche tutto precipitato.” Apocalisse in pantofole da un lato fa una fifa blu perché quella tratteggiata è una fine del mondo che è già iniziata e che riconosciamo nel mondo in cui stiamo vivendo, ma dall’altra parte lancia un messaggio che è anche un programma: forse, invece di trovare una soluzione alla crisi facendo ripartire il progresso, bisogna mettersi le pantofole e cominciare a vivere in modo diverso perché “la cosa positiva è che mi stavo abituando a vivere di poco, senza più necessitare del superfluo. Imparai a riconoscerlo, il superfluo, e pian piano me ne liberai, come un fumatore che riduce le sigarette un poco al giorno”. E come un fumatore all’inizio pensa di non riuscire a fare a meno di quella sigaretta, poco a poco impara a vivere senza e a riconoscere i benefici della sua rinuncia.

 

 

 

 
 
 
 
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