Apostolo e profeta

Apostolo e profeta
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Bartolomeo è il patriarca ecumenico, capo spirituale di oltre 300 milioni di cristiani ortodossi, “primus inter pares” in una famiglia di 14 chiese ortodosse, autocefale; guida una Chiesa sopravvissuta alla catastrofica caduta di Costantinopoli, città santa perduta e violata, tramutata in un fragile, orgoglioso vascello spirituale eurasiatico e mediterraneo. Un tempo, là furono approvati i libri del Nuovo Testamento: là si ritrovavano pellegrini da tutto il mondo, per adorare le reliquie dei santi e per vivere l’esperienza mistica di camminare, meditare e pregare nella superba basilica di santa Sofia o nella luminosa, antichissima chiesa di santa Irene. Costantinopoli, città delle città, è stata la madre del cristianesimo. È caduta nel 1453: la sua anima ha resistito, stoica, alle offese degli uomini e del tempo: alla truculenta, barbarica turchizzazione. Sfigurata, spiritualmente non ha mutato sguardo, protetta dalla Theotokos. Si sono succeduti, ad oggi, nel corso di quasi due millenni, 269 eredi di sant’Andrea, fondatore della Chiesa di Costantinopoli; oltre 100 di loro sono stati costretti dai turchi a rinunciare al trono, ritrovandosi deposti; diversi tra loro sono stati torturati, umiliati, esiliati o giustiziati, come Gregorio V, impiccato nel 1821, poche settimane dopo la gloriosa indipendenza greca. Bartolomeo è il 270simo patriarca ecumenico. Vive in quella che sente come “nostra Gerusalemme”, anche se si sente “crocifisso” nell’odierna Istanbul, così come ogni altro ortodosso superstite, nell’odierna Turchia, antica Asia Minore. È stato per iniziativa del patriarca Bartolomeo se la Chiesa autocefala d’Albania è stata ripristinata, se s’è risanato lo scisma col patriarcato bulgaro, se la chiesa autonoma della Cechia e della Slovacchia ha ottenuto l’autocefalia e la Chiesa d’Estonia, autonoma, è tornata in funzione; è lui che ha animato il famigerato Concilio di Creta, nel 2016, dopo quasi mille anni dall’ultimo, quello drammatico del “Grande Scisma”, 1054. È lui che sta cercando di disciplinare, tra crescenti difficoltà e funambolici equilibrismi, il dialogo sull’autocefalia dell’antica Chiesa di Kiev, eccezionalmente inviso al Patriarca di Mosca, Kirill: potenzialmente, Kiev è la quindicesima chiesa autocefala ortodossa. Mosca non vuole. Bartolomeo soffre profondamente per le divisioni della Chiesa; crede nel dialogo interreligioso e nella tolleranza; giudica la violenza commessa in nome della religione come una violenza contro la religione. Chryssavgis, in questa biografia, vuole raccontare come ha guidato l’ecumene cristiano ortodosso nei suoi primi venticinque anni di patriarcato; in che senso è stato pontefice tra fedi diverse; quanto è stato sensibile alle questioni ambientali, e con quanto, largo anticipo rispetto a Papa Francesco; in che misura va considerato “visionario”, e perché e in che senso giudichi essenziali le parole “sacrificio” [“martyria”] e “servizio” [“diakonia”]. Bartolomeo, classe 1940, ha una lunga barba bianca, da patriarca; è un uomo gentile, di singolare raffinatezza, estremamente generoso e ospitale. Sa essere erudito con gli eruditi, bambino coi bambini. Nel suo ufficio, ha un’icona di una protomartire cristiana, Ipomoni (“Pazienza”); i suoi ospiti siedono sotto un’icona di sant’Andrea apostolo. Il patriarca, nato Dimitrios Archondonis, è originario della povera, splendida e selvatica isola di Imbros, dalle parti di Tenedo e di Samotracia: Imbros era, un tempo, interamente greca e cristiana; negli anni Sessanta, i turchi hanno espropriato tutti i beni dei greci, chiuso definitivamente le scuole, sconsacrato chiese e monasteri, costretto la cittadinanza superstite a emigrare, sostituendola con coloni provenienti dall’Anatolia, cancellando con crudeltà millenni di civiltà e di storia. L’esperienza è stata ovviamente sconvolgente e umiliante. La famiglia di Bartolomeo (il padre era barista e barbiere, in paese) è andata a cercare riparo (si fa per dire) nell’odierna, nemica “Istanbul”, ormai abitata al 99 percento da una popolazione islamica, per lo più estremamente ostile. Là, nel corso del tempo, Bartolomeo ha testimoniato aggressioni fisiche e verbali, insulti, scherno, le finestre del patriarcato prese a sassate; la sua immagine bruciata da fanatici turchi, granate scagliate nel cortile del Fanar, inquietanti, plurimi interrogatori in stile sovietico per questioni burocratiche di nessun conto, provocazioni religiose di ogni genere, innumerevoli e vuote promesse di riaprire almeno la Scuola di Teologia di Halki, nell’arcipelago delle Isole dei Principi: il seminario d’eccellenza per la formazione del mondo ortodosso di lingua greca, dove lui stesso aveva studiato. Quasi cinquant’anni di chiusura coatta, di silenzio imposto, di classi deserte, in violazione di tutte le Convenzioni sui Diritti Umani, nonostante le proteste europee e americane (e russe?). Eppure, nonostante tutte queste vergognose umiliazioni, Bartolomeo mai ha smesso di dialogare con le istituzioni turche – spesso finendo per essere, direi logicamente, criticato dai suoi stessi fratelli greci e ortodossi, per questo: addirittura, forse fin troppo paradossalmente, si è speso per pubblicizzare lo sconsiderato ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Qualcosa ha ottenuto: l’apertura periodica o regolare al culto di chiese e monasteri storici (superstiti alla turchizzazione, si intende). Tuttavia non si stanca: “Mai la verità è messa in pericolo dal dialogo”, ha scritto in una lettera pastorale del 2010. D’altra parte, “Agia Sofia e Agia Irene erano qui mille anni prima che costruissero la prima moschea”...

Bartholomew Apostle and Visionary è stato originariamente pubblicato a Nashville, USA, nel 2016: l’edizione italiana, curata dalle Dehoniane, è entrata in libreria due anni più tardi. Nel frattempo, è avvenuto l’irreparabile: uno scisma, potenzialmente davvero drammatico, ha separato Costantinopoli da Mosca, Bartolomeo da Kyrill, per via di una questione politica, non teologica: il riconoscimento dell’autocefalia di Kiev, Ucraina. Per questa ragione, è certamente molto contraddittorio leggere, nel “prologo”, che il patriarca ecumenico Bartolomeo è riuscito nella leggendaria impresa di presiedere un’assemblea (gennaio 2016) prodromica alla convocazione di un “Santo e grande Concilio” panortodosso a Creta, destinato a rinnovare i fasti del lontano 787: secondo Chryssavgis si trattava, inequivocabilmente, dell’evento più importante dell’ultimo millennio ortodosso (nonostante le tre assenze e il ritiro della Chiesa di Russia, soltanto ventiquattr’ore dopo l’arrivo). Forse i recenti fatti – il nuovo scisma – sono destinati a maggior clamore: scrivo a fine novembre 2018, non so fare previsioni, non posso non sottolinearlo. Da qualche mese Kirill, patriarca ortodosso russo, considera scismatico Bartolomeo, patriarca ecumenico di Costantinopoli: l’esito di questa crisi è, purtroppo, imprevedibile. Il carisma dei due patriarchi è indiscutibile. È più onesto, stando così le cose, restituirvi semplicemente questo libro così com’è stato pensato nel 2016, ammonendo il lettore sulla sua improvvisa, forse irreparabile vecchiezza – e cioè sulla sua relativa completezza. Nella prefazione, Papa Francesco celebra i venticinque anni dall’elezione di Bartolomeo a patriarca ecumenico; ricorda i loro ripetuti incontri (tra Roma, Gerusalemme e Costantinopoli) e ribadisce gli antichi vincoli tra la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli, nonostante secoli di malintesi e di silenzi, auspicando un cammino di ripristino della piena comunione nella fede. Quindi, viene l’introduzione, chiosata da un’accorata riflessione di Joseph Biden, ex vicepresidente americano, sincero ammiratore di Bartolomeo; poi vengono sei capitoli, glossati da sei intelligenze diverse: Papa Benedetto (saluta Bartolomeo, “patriarca davvero ecumenico, in tutti i sensi del termine”) il rabbino David Rosen (apprezza il suo dialogo interreligioso, anche al di là della famiglia abramitica, e più ancora la sua pionieristica leadership in ambito ambientalista), l’arcivescovo anglicano Rowan Williams (insiste sull’identità essenziale del patriarcato, nonostante la decadenza: liturgica, spirituale, al servizio del mondo), Al Gore (enfatizza la tutela dell’ambiente, salutando il “patriarca verde”), l’antropologa Jane Goodall (esalta nuovamente la sua sensibilità ecologista) e il giornalista George Stephanopoulos (considera Bartolomeo “paladino dei diritti umani e civili”). Cosa manca? Manca la voce dei russi: si parla sin troppo americano. Mi pare un’osservazione pacifica, e credo che trarne le conseguenze sia elementare. A un tratto, si ha la sensazione che Bartolomeo sia un leader spirituale simile al Dalai Lama, “transnazionale”, “cosmopolita” e “sradicato”; a differenza del Dalai Lama, esule da un pezzo come larghissima parte dei tibetani, Bartolomeo è rimasto in quel microcosmo di patria greca che i turchi hanno sdegnosamente ritagliato, nella loro Istanbul, sebbene non si capisca fino in fondo a prezzo di quanti e quali compromessi e sacrifici (si intuisce: un numero eccezionale). Ciò che i turchi hanno fatto a Costantinopoli e in generale al vecchio commonwealth bizantino è stato semplicemente un crimine contro l’umanità, il genocidio di una civiltà superiore, di fortuna millenaria: la resistenza in vita del Patriarcato può essere considerata un’eroica forma di sopravvivenza dell’immortale spirito della Polis e dell’impero romano d’Oriente, tanto come una mascherata diplomatica, osservata con più o meno spietata durezza dai sultani di turno, costantemente a rischio di manipolazioni. Merito di Chryssavgis averci raccontato tanto di Bartolomeo; molto altro resta da scrivere e da decifrare. Io, da cittadino romano, deploro e piango, ogni giorno, la caduta della nostra Costantinopoli: è stata la crudele fine del nostro mondo antico. Quanti fantasmi.



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