Appuntamento a Positano

Appuntamento a Positano
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La Positano degli anni Cinquanta è una parentesi anomala in un paese sfasciato. Un’isola felice in cui essere veramente se stessi. Qui nessuno si scandalizza dell’estro degli artisti né se le donne, passeggiando, si scambiano baci e tenere effusioni. In questo scorcio di paradiso si arriva per sfuggire dallo stress e dal caos della città. Qui Erica e Goliarda - che si sono studiate a vicenda per un po’ - fanno finalmente conoscenza. Quello che ne scaturisce è l’incontro di due anime tormentate una dai ricordi, l’altra dalla contraddizione tra materialismo dialettico e slancio creativo. Le due si trovano subito ed imbastiscono chiacchiere infinite sull’arte, sul potere appagante del cibo, sull’incanto del mare e della gente di Positano. Ciascuna gelosa della propria solitudine, della propria indipendenza e dei propri ritmi si trovano però accomunate da un’apertura reciproca per la quale si trovano a parlare soprattutto di se stesse. Erica, in particolare, una delle tre sorelle Beneventano - spacciate per nobili dalla gente del posto, perle di rara bellezza - decide di schiudere per la prima volta il suo mondo ed il suo passato all’amica Goliarda. Lo fa senza filtri, con venature di ironia e tristezza. Un passato fatto di errori, di fortune precipitate, di amori sbagliati ed altri presi rapacemente senza distinguo. Apre lo scrigno dei segreti in una biografia inedita in cui ripercorre la sua vita dall’infanzia, dall’amore sfumato per Riccardo, promettente pittore di scuola olandese; incespica nell’impalpabile rapporto con la madre, nelle dolorose e cruciali scelte dopo la morte del padre, nella morte della sorella Fiore e nei tentativi di salvare l’integrità psichica della sorellina Olivia. Sbatte contro gli intrecci della vita che l’hanno portata a riesumare dall’albero genealogico uno zio ricchissimo ed autoesclusosi per scelta dal nucleo familiare. Si libera, una volta per tutte, del peso inconfessato di un matrimonio di convenienza terminato con un ennesimo finale drammatico. Lo stesso finale che aspetta Erica, in fondo alle scale del suo piccolo rifugio positanese…

Leggere Goliarda Sapienza è sempre un’esperienza unica. Da L’Università di Rebibbia a La certezza del dubbio a L’arte della gioia, si è sempre indotti a fare i conti con una scrittura asciutta, spesso brutale, molto essenziale pur nella sua sottile trama poetica. Appuntamento a Positano non fa eccezione e - come gran parte della produzione letteraria della Sapienza - ha insita una forte carica autobiografica. Erica, questo incontro, queste chiacchiere, l’aura magica di Positano prima che diventasse un’accozzaglia di cemento, turisti e passerelle “fashion” sono esistiti e successi davvero. In un lungo flashback, tela e cornice spesso si confondono. Erica e Positano si sovrappongono: diventa impossibile, talvolta, identificare con certezza chi o cosa sia il protagonista di questa storia nella commistione di un luogo “mamma” che accetta tutti senza giudicare e nel suo seno accoglie i fuggiaschi da ogni ragione e di una donna dalla fragilità tremenda, apparentemente celata da superficialità e frivolezza con un’attenzione spasmodica alla sua collezione di quadri, alle colazioni abbondanti, al ritagliarsi un pezzo di spiaggia deserta per i suoi bagni. Se la natura primordiale di questo romanzo è galleggiare tra i ricordi - perché è il ricordo, anche come struttura narrativa, il filo principale che mantiene l’ordito - allora il tema centrale è la resa dei conti col proprio passato. Quando Erica, senza dare troppo importanza alla cosa, dice alla Goliarda cinematografara scappata da Roma per rifugiarsi nel suo buen retiro sulla Costiera Amalfitana “un giorno racconterai la mia storia”, sta mettendo davanti agli occhi della scrittrice e nelle sue orecchie il nocciolo della questione: non si può mai sfuggire alle proprie azioni poiché esse costituiscono la malga che ossifica l’esistenza di ognuno. Per questa ragione e per comprendere come gli individui spesso tentino operazioni impressionanti per mentire prima di tutto a se stessi salvo poi cedere le armi ché non si può fingere per sempre, Erica diventa il paradigma di una metamorfosi: da statuaria che ci appare nella prima parte del romanzo, si trasforma in una personalità annientata che ha da sempre indossato una maschera per non soccombere ad un atavico senso di colpa nei confronti di tutti ed alle morti che non è riuscita mai a metabolizzare del tutto. Alla fine della sua vita quella maschera non le servirà più, disposta lei stessa ad abbandonarla quando il vincolo dell’amicizia le ha aperto un varco per liberarsi dalla zavorra del suo passato. Una grande prova narrativa. Una grandissima Goliarda Sapienza.



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