Aquile nella tempesta

Aquile nella tempesta

Vetera, 15 dopo Cristo. Il centurione Lucio Tullo indugia davanti un venditore di gioielli, è indeciso se comprare qualcosa a Sirona, di cui è innamorato. Finalmente si decide ed entra ma, mentre sta scegliendo un braccialetto, scorge fuori Degmar, un guerriero dei Marsi, che poi sparisce subito senza lasciare traccia. Sebbene Tullo rimanga sospettoso, nel corso della settimana non accade nulla che possa dare adito alle sue apprensioni, così decide, sei giorni dopo, di tornare dal gioielliere. Una volta dentro, si ripete la stessa scena: Degmar passa di nuovo davanti alla bottega, ma stavolta al suo seguito ci sono dei guerrieri armati. Il centurione intuisce dove sono diretti: poco prima Germanico in persona, il governatore, è comparso, diretto a comprare del vino. Tullo ha poco tempo per decidere e deve farlo in fretta. Ordina al venditore di allertare dei guerrieri, poi si dirige verso il negozio del mercante di vino... Nel frattempo, a cento miglia a est dell’accampamento romano, Arminio, capo dei Cherusci, ed il suo secondo in comando Maelo, si dirigono verso l’insediamento dei Marsi. Quella è una sera importante: molte tribù dei Germani si riuniranno per concordare un’azione comune contro i Romani e, se le cose andranno come previsto, Arminio in persona sarà a capo della spedizione. Tuttavia non ha fatto i conti con Gerulf, capotribù degli Usipeti, che riconosce le vere ambizioni di Arminio: sconfiggere i Romani prima e diventare il capo di tutti i Germani poi...

Aquile nella tempesta chiude la serie di libri pubblicata da Ben Kane, scrittore irlandese nato in Kenya. Questa fortunata pentalogia è davvero singolare: a tre lavori principali (Le aquile della guerra, Nel nome dell’impero ed appunto quello oggetto di questa recensione), si aggiungono due racconti brevi (The shrine e The arena, finora non tradotti in italiano), che hanno la funzione di filler, o meglio, di riempitivi, coerenti con la storia ma non indispensabili per seguirne e capirne gli sviluppi: a partire dalla clades variana – la battaglia della Foresta di Teutoburgo, 9 d.C. ‒ Kane approda al 16 d.C., trattando le battaglie di Idistaviso e del vallo degli Angrivari, che videro Roma riscattarsi. Aquile nella tempesta si concentra appunto su questi due ultimi scontri, esaltando le gesta del centurione romano Tullo e del capo dei Cherusci Arminio: l’uno è il classico eroe romano, diligente, combattivo ed eroico, l’altro è un barbaro e come tale è caratterizzato. Il romanzo, benché impeccabile da un punto di vista storico – Kane è un appassionato di storia romana, ed in quanto tale ha fatto i compiti a casa ‒, non è altrettanto accattivante da un punto di vista narrativo. Tensioni, battaglie, scontri, momenti di riflessione, punti di svolta; tutti scivolano via impercettibilmente, lasciando abbastanza tiepido chi legge. Inoltre è del tutto assente una qualsiasi profondità emotiva: gli unici sentimenti, se così li si può definire, sono la sete di sangue e la devozione nei confronti di Roma; sentimenti che sembrano costruiti, non naturali come dovrebbero. Da uno scrittore tradotto in più di dieci Paesi e autore di oltre dieci romanzi, ci si aspetterebbe ben altro.



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