Arabia deserta

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1876. Sulla lunga via di Damasco conosciuta come “la Dritta” fin dai tempi di San Paolo, Charles si sente chiamare da un vecchio amico che gli chiede cosa lo spinga a intraprendere un viaggio così pericoloso in Arabia. Charles gli confida che tutti coloro che ha interpellato si sono dimostrati contrari a questo suo progetto, tuttavia allo stesso tempo alcuni gli hanno anche detto che nessuno potrebbe vietargli di viaggiare insieme alla carovana dei pellegrini, divieto oltremodo assurdo considerato il fatto che Charles, un nasrany, un cristiano, non intende raggiungere La Mecca o Medina, ma si vuole fermare a Medain Salih per studiare e per decifrare certe epigrafi antichissime di cui si fa cenno anche nel Corano. Perciò Charles si mette d’accordo con un mukowwem di un gruppo di etnia persiana e si unisce alla grande carovana dello Haj ottomano. Travestito da povero siriano, rifornito di gallette, mescolato tra i persiani dello Haj per passare inosservato, inizia il viaggio a dorso di una mula, con sole due sacche da cammello piene di libri, medicine e pochi altri beni. Alla Grande Porta di Allah davanti ai loro occhi si apre una piana di pietrisco e terriccio che prosegue per centinaia di leghe e poi sale fino a Maan, sui monti Edom, vicino a Petra. La notte si fermano a Kesmih, uno spiazzo sudicio, riposano poche ore sotto la pioggia e alle tre dopo la mezzanotte si mettono di nuovo in sella. A loro si unisce un gruppetto di ritardatari, compatrioti del persiano, che camminano, ridono, scherzano e cantano; tra tutti spicca un giovane derviscio dai capelli biondi…

Ecco l’ultima edizione rivista e ulteriormente ridotta di Arabia deserta che, sebbene penalizzi l’opera originaria con bruschi salti temporali, aspira a valorizzarne l’aspetto narrativo e poetico. Il libro del viaggiatore, familiarmente conosciuto tra gli appassionati dei diari di viaggio come “Il Doughty”, fu definito da Thomas E. Lawrence (sì, Lawrence d’Arabia) nell’entusiasta introduzione del 1921 “una bibbia nel suo genere”. Fu pubblicato per la prima volta nel 1888 dalla Cambridge University Press, edizione di soli 500 esemplari in due volumi, un migliaio di pagine circa, diventò ben presto un libro raro e costoso ma prezioso punto di riferimento per viaggiatori e studiosi anche contemporanei. Questa grande narrazione di viaggio e di avventura rivela l’anima da pioniere di Charles Doughty, un ambasciatore della cristianità, entrato perfino nella storia delle popolazioni del deserto, come figura leggendaria di cui si trova traccia nella tradizione orale: persona saggia, paziente, gentile e orgogliosa di essere cristiana senza mai offendere la fede degli altri. Charles, di salute malferma già in partenza, è sopravvissuto all’aggressività di loschi figuri, al clima, alla alimentazione carente e alla penuria di mezzi con grande determinazione, mantenendosi per tutto il viaggio, dal 1876 al 1878, grazie alla conoscenza della medicina scientifica e all’ospitalità rude e parca dei beduini. Il suo resoconto, stilato con puntigliosa verità, ci regala pagine intense che non sono una semplice descrizione di luoghi lontani e all’epoca in linea di massima sconosciuti, ma quasi un romanzo di grande respiro, ricco di vicende e personaggi appassionanti.



 

 

 

 
 
 
 

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