Arancia meccanica

Arancia meccanica

Allora, che si fa? La banda è al completo, i soma ci son tutti. C’è Pete, c’è Georgie e c’è Bamba, ma soprattutto c’è Alex, il leader. I quattro stanno sostando al Korova Milkbar ad arrovellarsi il cardine su cosa fare, glutando il loro mommo, ovvero quella favolosa miscela di latte e sintemesc o drenacrom o vellocet, tutte quelle trucche che ti mandano in visibilio, sviccio e pronto alla serata. Il programma è quasi sempre quello e si presta poco a delle variazioni: festare gente e riempirsi le tasche di denghi, che poi vengono spesi in svaghi di ogni sorta. Una volta deciso il da farsi si può uscire e prendere a legnate il primo martino bigio con aria intellettualoide che capita a tiro, oppure festare un vecchio ciuccone barbugliante canzoncine care ai suoi padri finché non nuota nel suo sangue scarlatto, o mettere sottosopra un negozio e fuggire col budellame della cassa, indossando maschere veramente cinebrivido per non farsi riconoscere. La banda di Alex non è la sola e infatti la città è piena di auto-squadre – chiamate così perché composte da quattro o cinque membri, numero comodo per un’automobile – e di ganghe, gruppi che vanno invece dai sei ragazzi in su. Gli acerrimi nemici di Alex e dei suoi soma sono Billyboy e la sua ciurma di puzzoni, gente di basso rango, dei piscioni senza classe. Gliele danno di santa ragione, sottraggono il loro bottino – una giovane mammola piagnucolante a cui far provare un po’ di mottate sconce – e li fanno dileguare. La spirale di ultraviolenza sembra inarrestabile, ma qualcosa sta cambiando. I soma non sono più docili come un tempo, Alex sente che le cose gli stanno sfuggendo di mano e qualcuno si sta preparando a tradirlo. L’occasione perfetta è data dal furto in casa di una vecchia bigia che vive coi suoi gatti, e quando il grande tradimento si consuma Alex finisce nella Prista – Prigione Statale – come un criminale comune, e qui comincia la parte più lacrimosa della storia, quella della detenzione e della successiva scarcerazione di Alex, un altro Alex rispetto al gioioso teppista che era…

 

 

Il titolo A clockwork orange ha origine da un’esperienza reale vissuta da Anthony Burgess, che nel 1945 al ritorno dal fronte sentì un tale dire in cockney che era “sballato come un’arancia a orologeria”, un’espressione a pensarci bene molto surreale. La prima edizione in italiano rispettava la traduzione letterale ed è infatti intitolata Un’arancia a orologeria: solo dopo l’uscita del film di Stanley Kubrick nel 1971 fu apportata una correzione per uniformare il tutto. Anche il famoso episodio dello scrittore aggredito e la cui moglie viene stuprata è accaduto realmente all’autore. Che mondo è quello in cui lo Stato è peggio dei criminali e gli scienziati sono peggio dello Stato? La linea fra assassini e tutori della legge scompare, e i vecchi soma di Alex diventano violenti poliziotti. La repressione che il governo autoritario opera attraverso un branco di zucche vuote arruolate fra i teppisti di strada è peggio della violenza di Alex, per non parlare di quanto sia violenta – a livello psicologico – la fantomatica “cura Ludovico” ideata dal dottor Brodsky, che sopprime la volontà e il libero arbitrio. Sintetizzando e, forse, banalizzando l’idea di Burgess si può dire che l’intento sia quello di mostrare una società scientemente organizzata per essere buona e perfetta, un’aberrante follia dell’ordine creata a tavolino, che reprime gli istinti e i pensieri, che priva l’uomo della sua stessa umanità, ovvero la capacità di scegliere e con essa di sbagliare. Tutto ciò è molto più inquietante di una società intrinsecamente violenta, perché uno Stato veramente efficiente dovrebbe avere gli anticorpi per autoregolarsi e per punire i violenti, senza trasformarli in zombie senz’anima, in una perversa esagerazione del concetto di pena come rieducazione. Una società veramente progredita deve punire la malvagità estrema di Alex, non ricondizionarlo. Curioso, poi, notare come Alex si renda conto della violenza a cui è stato sottoposto solo perché gli è impossibile l’ascolto dell’amato Ludwig van Beethoven, colonna sonora dei filmati che è stato costretto a vedere, e non perché realmente consapevole che le sue volontà sono state totalmente cancellate. Un discorso a parte merita la lingua creata da Burgess, il cosiddetto “nadsat”, una lingua artificiale la cui geniale costruzione viene rispettata nelle traduzioni grazie a un lavoro enorme di adeguamento all’italiano, lievemente diversa dalla lingua che Kubrick adopera nel suo lungometraggio, che risente invece di una spessa patina sovietica. Arancia meccanica è un capolavoro senza tempo, e rientra a pieno titolo con 1984, Fahrenheit 451 e pochi altri libri in quel novero di romanzi anti-sistema la cui lettura è vitale se non obbligatoria, perché sono un monito contro l’autoritarismo e la cancellazione delle libertà.



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