Archangel

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Fluke Kelso, ex professore di Storia sovietica all’Università di Oxford, non avrebbe mai immaginato che quel noioso congresso all’albergo “Ukraina” di Mosca avesse uno sviluppo tanto insolito. È chiuso nella sua camera al ventitreesimo piano con un vecchio, stanno scolandosi tutti gli alcolici del frigo bar. A Papu Rapava tremano le mani mentre si accende l’ennesima puzzolente sigaretta, ma Kelso è perfettamente consapevole che quel vecchio se volesse potrebbe pestarlo a sangue senza problemi: è ancora forte, ancora pericoloso. E ha una storia incredibile da raccontare. Nel 1953 era un soldato, una guardia del corpo di Lavrentij Pavlovič Berija, potente membro del Politburo e capo della polizia segreta dell’URSS. Berija aveva il vizietto di drogare e stuprare ragazzine e le guardie del corpo vigilavano che nessuno ficcasse il naso negli orrori della sua villa di Mosca. La notte del 2 marzo era di turno proprio Rapava, che cercava di scaldarsi fumando e alitandosi sulle mani a coppa, contento che la ragazzina di turno avesse finalmente smesso di urlare e piangere. All’improvviso, aveva squillato il telefono: era Georgij Maksimilianovič Malenkov, altro membro del Politburo, Berija doveva correre alla dacia di Stalin, era successa una cosa gravissima. Rapava guidò la Packard 12 cilindri verde scuro di Berija a tutta velocità nella notte fredda per i 25 chilometri da lì a Kuntsevo, dove c’era la residenza del Segretario Generale. Superati i posti di blocco della NKVD, ecco la dacia. Rapava si aspettava di trovare un’atmosfera agitata, uomini in borghese ed uniforme, auto. L’edificio a due piani invece era immerso nell’oscurità, Malenkov li aspettava sulla porta. Berija scese e ordinò alla guardia di seguirlo, fatto assai insolito perché Rapava aspettava sempre il capo in macchina, “dentro” era territorio proibito, terrorizzante. La villa di Josif Vissarionovič Stalin era spartana, senza lussi. Berija, Malenkov e Rapava camminavano piano, quasi in punta di piedi. Stalin era steso sul suo divano letto. Respirava quasi rantolando, pareva in stato di semi-incoscienza, si era pisciato addosso: era stato colpito da un ictus, un infarto o roba simile. Berija e Malenkov si attivarono subito per tenere nascosta la cosa, il destino dell’URSS era a un bivio. Il capo mi chiese di aiutarlo a cercare tra i documenti di Stalin, c’era qualcosa in quella dacia che poteva cambiare la Storia…

Dopo essersi occupato della Germania hitleriana nel suo capolavoro ucronico Fatherland, Robert Harris dedica un thriller all’Unione Sovietica, e in particolare al suo leader più sinistro e controverso, Stalin. Al centro del romanzo, uscito nel 1998, c’è una domanda che spesso attrae gli scrittori e i cineasti quando guardano ai dittatori del Novecento: cosa succederebbe se tornassero oggi? Come reagirebbe la Russia di Eltsin del 1998, piegata da una gravissima crisi economica e forse da una ancor più grave crisi di identità, se davvero il figlio di Stalin – uguale a lui quasi in tutto – improvvisamente irrompesse sulla scena politica? Sarebbe accolto come una sciagura o come un messia? La risposta giusta, per Harris, è la seconda. Ma lo scrittore di Nottingham “cincischia” decisamente troppo prima di arrivare al cuore della storia: la ricerca da parte dello storico Fluke Kelso e di un giornalista televisivo del taccuino di Stalin in cui è rivelata l’esistenza della sua progenie e la sua ubicazione occupa la maggior parte del plot, si avvita su se stessa finendo per togliere mordente alla lettura. Dal libro è stata tratta nel 2005 una miniserie tv prodotta dalla BBC e diretta da Jon Jones: protagonisti Daniel Craig, Yekaterina Rednikova, Gabriel Macht e Avtandil Makharadze.



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