Aria sottile

Aria sottile
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Aprile 1996, campo base dell’Everest: l’avventura sta per cominciare. Tra poco più di un mese – dopo un training di acclimatazione capace di mettere a dura prova anche i fisici più temprati – i partecipanti alle trenta spedizioni (dieci di tipo commerciale) presenti al campo tenteranno l’ascesa alla vetta della “Dea del Cielo”, 8.848 metri sul livello del mare, la più alta e imponente del pianeta. Jon Krakauer, acclamato giornalista e scrittore di Seattle nonché alpinista esperto, è un membro della Adventure Consultant, spedizione guidata dal neozelandese Rob Hall. Il giornale per cui Jon lavora, lo “Outside Magazine”, gli ha commissionato un articolo sulle spedizioni commerciali ad alta quota, e il giornalista approfitta così per unire l’utile al dilettevole, rispolverando il sogno, accantonato diversi anni prima, della scalata all’Everest; gli accordi iniziali prevedono che Jon lavori al suo pezzo stando “comodamente” in pianta stabile al campo base, ma l’uomo riesce a far sborsare all’Outside 65.000 dollari: tanto costa il pass di accesso alla vetta e chiunque, persino l’individuo più sprovveduto e inesperto, se paga, può ottenerlo senza problemi. Due in particolare sono le spedizioni commerciali sotto i riflettori di Jon: la già citata Adventure Consultant di Hall e la Mountain Madness guidata da Scott Fischer: due uomini carismatici, due modi diametralmente opposti di approcciare alla montagna; Hall, pignolo e metodico, ha già guidato fino alla vetta numerosi clienti, mentre Fischer, impulsivo e spericolato, è alla sua prima volta come guida sull’Everest ed è in cerca spasmodica di fama. La rivalità tra i due è tangibile. Al campo c’è fermento: si prova l’attrezzatura, gli sherpa (gli abitanti del luogo che collaborano attivamente con le spedizioni commerciali) fanno su e giù per la montagna tra un campo base e l’altro (in tutto sono quattro, l’ultimo, sul Colle Sud a 7986 metri, da dove partirà l’assalto alla vetta) trasportando viveri, disseminando il percorso di bombole d’ossigeno, corde, picchetti, scalette di alluminio sui seracchi di ghiaccio. Gli esperti dicono che scalare l’Everest non è difficile, ma superare punti nevralgici come il ghiacciaio del Khumbu, la parete del Lothse o il famigerato Hillary Step diventa complicato perfino per i più esperti, quando l’ossigeno è ridotto di un terzo e la temperatura è di quaranta gradi sotto lo zero. Si, per decidere di scalare quella montagna non si devono avere tutte le rotelle a posto, ma vale davvero la pena di rischiare la vita per stare solo alcuni minuti appollaiati sul tetto del mondo?

10 maggio 1996, vetta dell’Everest: la montagna si ribella all’assedio dell’uomo. Le nuvole si addensano minacciose, e gli scalatori che non hanno rispettato i tempi del rientro rimangono intrappolati in una terribile tormenta: il vento è gelido, la visibilità ridotta a zero, così come l’ossigeno dentro alle bombole. Il fattore tempo è vitale a 8.848 metri, ma chi ha pagato fior di quattrini per raggiungere la vetta non vuole sentire ragioni. Vuole arrivarci, costi quel che costi. Fischer è partito dal Colle Sud già in condizioni di salute precarie, e lo stesso Hall contravviene alle sue direttive, risoluto a non scendere finché Doug Hansen – l’americano impiegato delle poste che già l’anno prima aveva dovuto rinunciare a finire la scalata – non avesse toccato la vetta. Un atleta del calibro di Anatoli Bukreev, l’alpinista russo prima guida della Mountain Madness, commise la leggerezza di arrivare in vetta senza ossigeno, per poi ripartire qualche istante dopo lasciando i suoi clienti in balia di se stessi. Si scoprì che gli sherpa non avevano installato corde fisse a sufficienza, favorendo così gli ingorghi nei punti più complicati. Questi sono solo alcuni degli infiniti errori che furono commessi quel giorno. Jon Krakauer, uno dei fortunati sopravvissuti, analizza i fatti all’indomani della tragedia: un atto catartico per lui necessario, in quanto l’ampio spazio concessogli eccezionalmente dall’ “Outside Magazine” per il suo articolo non è bastato a calmare la tormenta nella sua anima, in preda al senso di colpa – ingiustificato ma comprensibile – del “ si poteva fare e non si è fatto”. Nove persone, tra clienti, guide e sherpa, persero la vita quel giorno sull’Everest, e poco avrebbero potuto fare lui e tutti gli altri riusciti a rientrare al Campo quattro per miracolo, quasi in fin di vita. Aria sottile è un reportage eccezionale, scritto magistralmente e corredato da bellissime foto in bianco e nero, capace di emozionare anche chi non è particolarmente interessato alla vita d’alta quota e ne ignora le dinamiche; scritto “a caldo”, con i ricordi ancora alterati dall’aria rarefatta, Krakauer intervista i sopravvissuti e confronta con ognuno di loro la sua versione dei fatti, nel tentativo di dare alla sua opera una direzione univoca e più obbiettiva possibile: perché la verità è un atto dovuto nei confronti delle vittime e di chi li ha amati, e perché ciò che è accaduto possa diventare un monito per le spedizioni future. La critica più feroce seguita alla pubblicazione di Aria sottile è venuta proprio da Anatoli Bukreev, che risentito dalle critiche sul suo operato di quel 10 maggio – nonostante Krakauer gli abbia attribuito il grande merito di essere coraggiosamente tornato indietro nella tormenta e avere salvato alcune vite - pubblica in risposta, poco tempo dopo, Everest 1996, cercando di screditare la versione del giornalista. Peccato che il punto di vista contenuto nel libro sia esclusivamente uno, il suo: nessuno dei partecipanti all’ascesa di quel giorno, infatti, sembra essere stato interpellato dall’alpinista russo. La polemica tra Krakauer e Bukreev è continuata per diverso tempo, con toni talvolta molto accesi, e proprio al sorgere dei primi segnali di distensione, Bukreev ha trovato la morte durante la scalata dell’Annapurna, nel Nepal Centrale. Anche il cinema, nel 2015, ha raccontato la tragedia con Everest, una fedele trasposizione del libro di Krakauer, considerato ormai un classico della letteratura di montagna.



 

 

 

 
 
 
 

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