Arrovescio

Arrovescio
Nella Calabria profonda, dove la guerra è passata lasciandosi dietro bombe inesplose che ogni tanto fanno capolino dalla terra per squarciare qualche gamba, a Badolato, borgo medievale posto su una collina a pochi chilometri dalla costa ionica catanzarese, si vive di campagna, di agricoltura, di pastorizia. La riforma agraria di De Gasperi più che una carezza di sollievo è uno sberleffo bello e buono e la classe contadina, stremata dallo sfruttamento dei padroni e dalle condizioni miserevoli di lavoro, prende la strada della lotta per la rivendicazione di pane e lavoro. I fatti di Melissa non sono lontani, la morte di Giuditta Levato nemmeno. Nella piccola sezione del PCI, stretta e soffocante, si discute animatamente sulla sorte di quelle terre che, nonostante il decreto Gullo che prevedeva la possibilità per i contadini di ottenere in concessione terreni sia pubblici che privati, non coltivati o insufficientemente coltivati, erano rimaste saldamente nelle mani dei baroni. Nemmeno quel progetto di costruire una strada per la montagna che sostituisca la mulattiera che si arrampica lungo la collina di Giambartolo è utile ad impiegare gli uomini, “che con tutte quelle carte bollate e ricorsi al Padreterno la strada non l’avrebbero vista manco i loro nipoti”. Lo sciopero, come forma di protesta, non serve a niente in una terra dove tutto è in mano ai signori ed ai baroni ai quali bisogna elemosinare pure una giornata da servo nei campi. Lo sciopero no, ma il rovescio si. È così che, fottendosene dei permessi, gli uomini di Badolato decidono, all’unanimità, che la stramberia diventi realtà: se non si può protestare scioperando, si protesterà lavorando. La strada per la montagna, l’avrebbero costruita loro. Affanculo i signori, i timbri e De Gasperi, anzi, Degaspero. Non che la strada sia impossibile da costruire, solo due chilometri di curve in salita, ma “erano anche due chilometri di incommensurabili casini” perché la strada deve passare proprio sulla terra dei baroni e se a qualcuno fa comodo, non tutti sono disposti a rinunciare ad un pezzo di terra, ancora meno dopo che il progetto sedimentato nei cassetti istituzionali si è trasformato in atto di protesta dei viddhani. La mattina del 13 ottobre 1950, al suono della tromba di Giuliva, duecento lavoratori in un grande corteo aperto da donne e bambini iniziano ad inerpicarsi su verso Giambartolo, armati di pale e zappe, a realizzare un sogno accarezzato per anni…
In Calabria, una terra martoriata e miserabile, le rivendicazioni per il diritto al pane ed al lavoro si sono sempre mischiate al colore scuro della terra, alle facce scavate dei contadini ed a quelle impenetrabili ed arcigne dei padroni. Una lotta impari che alle braccia ed ai forconi contrapponeva il piombo ed uno Stato che con la sua assenza giustificava la legge del più forte. Badolato, con i suoi “arrovesciati”, cioè con quei lavoratori che hanno deciso di protestare al contrario, ha provato a scrivere una storia diversa. Diversa da Melissa, dove i contadini hanno pagato con la vita il riscatto del Fondo Fragalà, o da Portella della Ginestra dove la festa dei lavoratori era finita nel sangue. Le lotte contadine hanno sempre avuto quest’aura di innato romanticismo in cui l’atto eroico e l’atto disperato (ed esasperato) coincidono senza soluzione di continuità. Francesca Chirico dipinge un affresco commovente e profondo che in un solo episodio abbraccia tutto il destino di una regione. Una narrazione composta e sentita che con quella impronta di un verismo di rimando scoperchia tutta la ricchezza della povertà. Il ritmo è un accavallarsi di sentimenti e di emozioni ora di rabbia, ora di commozione e tutto sembra proteso a ridare ai tamarri, duri come le zolle che zappano, quello che altrove altre mani hanno tentato vanamente di scippare: la dignità, il coraggio, l’ostinazione di un popolo che non accetta il calcagno del signore sulla testa. C’è poesia anche nella miseria e la ricerca del riscatto non deve mai essere un’utopia e se anche di utopia si tratta, si deve sempre avere l’insolenza di azzardarsi ad “arrovesciare” il corso del destino. Dentro questa storia vera, che ospita senza forzature la licenza della fantasia, ad ogni passo si inciampa in particolari belli e significativi che stupiscono perché non sono affatto scontati: una pietra sotto il fango che sbroglia un impantanamento, proprio quando la strada è finita e bisogna inaugurarla; una mano sul ventre perché il sangue uscito dalla pancia di Giuditta Levato durante una manifestazione con quelli dall’altra parte coi fucili spianati, è un ricordo ancora troppo forte per sbiadire; una coperta ripiegata sull’uscio di casa, che la cortesia si ripaga con la cortesia e il freddo fatto patire da chi comanda è rispettosamente risparmiato da chi è comandato. Una sola lettura non basta per sviscerare tutte le piccole gemme nascoste in questa narrazione semplice che non ricorre a nessun artificio stilistico se non quello di accostarsi il più possibile ad un registro lessicale popolare che è al contempo la forza ed il sigillo di questo romanzo tanto breve quanto ricco. A rileggerlo più e più volte si scopriranno sempre sfumature nuove e si noteranno particolari che prima non si erano colti, perché il bello del romanzo sta proprio in questo: nella capacità della Chirico di restituire al lettore una descrizione vivida e palpabile di una storia che non soltanto si legge, ma si vede in tutto il suo arrovesciato compiersi.

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