Arsenale di Roma distrutta

Arsenale di Roma distrutta
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Quando Aurelio viene portato a Roma da Velletri ha tre anni e ad accoglierlo non c’è una Roma da cartolina ma la strada che porta a Don Bosco, quartiere popolare di casermoni con al centro l’enorme cupola di recente costruzione, una nuova San Pietro. È il 1960 e la visione di una luce pulita che disegna ogni cosa è il suo primo ricordo. L’anno delle Olimpiadi di Roma, della medaglia d’oro al superwelter Nino Benvenuti, in un Paese speranzoso che ancora odora di dopoguerra. Aurelio comincia a lavorare presto: a dieci anni fa il garzone dal Sor Paolo, proprietario del “Caffè Tazza d’Oro” in zona Stazione Termini e le consegne dei caffè ‒ unite alla curiosità del ragazzo ‒ gli consentono di osservare un mondo eterogeneo di ambulanti, strozzini, pederasti, prostitute, i primi hippy e gli ultimi attori d’avanspettacolo, come Franchi e Ingrassia che si esibiscono al vicino Cinema Volturno. Di lì a poco Aurelio avrà modo di veder cadere Nino Benvenuti per mano del “criminale” Monzòn insieme alla svolta criminale di Roma: con la banda Cimino, per la prima volta si è sparato e ucciso per rubare. Arrivano i Marsigliesi, la droga, la Banda della Magliana e gli scontri politici ma Aurelio è troppo preso a vivere con intensità la sua curiosa voglia di entrare all’estremo in ogni situazione che gli capita a tiro per non vivere da “cane sciolto”. Con i suoi amici (il Pazzo, il Delinquente, Massimo, il Tigre) si diletta in rodei automobilistici notturni con tanto di revolverate “per gioco”, fuma nepalese e pakistano tagliato con la mescalina, guida senza patente, regge spesso la pistola di Massimo e la sua vita corre a tavoletta tra prostitute, artisti, i primi nudisti di Capocotta, donne e partite della Lazio. In tutto questo c’è una città che cambia, l’omicidio Pasolini, i sequestri di persona, le rapine dei Nar, la sparizione di Mirella Gregori che poi era proprio la figlia del Sor Paolo del “Caffè Tazza d’Oro”. Roma cambia ed è sempre uguale, spietata ma mai cattiva. Accoltellata ma ancora viva…

Aurelio Picca in realtà è nato a Velletri nel 1960, ma ha deciso di retrodatare la sua nascita al 1957 per l’Aurelio del romanzo. Il 1957 è al contempo l’anno della morte di Curzio Malaparte e l’anno in cui, come diceva il regista pasoliniano Sergio Citti, Roma ha smesso di resistere dal 1848 (anno della Repubblica romana). Già da questo si comprende come questa non sia un’autobiografia lineare ma piuttosto, come è stata definita, un’autobiografia “deragliata” e romanzata. E forse non è propriamente neanche un romanzo. Il racconto infatti procede a salti nel tempo tra gli anni ‘60 e gli ’80, infarcito di episodi, ricordi personali, visioni di Roma e fatti di cronaca raccontati con dovizia e ricostruiti con rigore cronachistico. Fatti autobiografici sì, “Ma è la Roma accoltellata, sgarrata che vorrei raccontare” spiega lo stesso Picca. E ci riesce. Sapendo bene che ogni tentativo di definire Roma è sempre vero in quel momento e non è mai definitivo. Come la città stessa: ora visione, ora materiale e becera, indulgente e indifferente, accogliente e spietata, ora tetra, ora luminosa. Seppur con qualche riferimento e analogia sessuale che risulta di troppo, la scrittura efficace coinvolge sia chi quei luoghi e quei tempi li ha vissuti, sia chi vuole immergersi in un mondo che vale la pena di essere raccontato.



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