Arturo, la stella più brillante

Arturo, la stella più brillante
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Arturo, un giovanissimo gay cubano con lo stesso nome di una stella, viene arrestato durante un rastrellamento e internato in un centro di rieducazione. Inizia per lui e per i suoi compagni di prigionia un incubo di umiliazioni, fatica e privazioni durante il giorno e di spettacolini en travesti la notte per il piacere sessuale delle stesse guardie che poche ore prima hanno finto di essere gli incrollabili custodi della moralità etero. Le famiglie, lontane. L'identità, svanita. Il futuro, un'ipotesi. Da questa catena di montaggio allucinante, Arturo fugge fantasticando, rifugiandosi in un flusso di sogni e di pensieri che si intreccia alla sua realtà quotidiana fino a che distinguerli è impossibile...
"Vi lascio in eredità tutte le mie paure, ma anche la speranza che presto Cuba sia libera" c'era scritto sul biglietto che Reinaldo Arenas ha lasciato prima di suicidarsi nel 1990, scoperta la sua sieropositività. Il poeta e scrittore cubano, rivoluzionario della prima ora, era ben presto diventato un acerrimo oppositore del regime di Fidel Castro, che negli anni '70 ha portato avanti una feroce, sistematica politica di oppressione e violenza contro i 'diversi', i non omologabili. Dopo anni di torture, censure e violenze, Arenas era riuscito a fuggire da Cuba approfittando del celebre esodo di 'indesiderabili' organizzato da Castro nel 1980 (e immortalato da Brian De Palma e Al pacino nel formidabile Scarface, ad esempio) e si era rifugiato negli Usa. Poi la vita ai margini, la diagnosi infausta, il suicidio, tutto raccontato mirabilmente nel libro autobiografico Prima che sia notte, anch'esso divenuto uno splendido film grazie a Julian Schnabel e a Javier Bardem. Ora viene pubblicato in Italia anche questo gioiellino, un monologo senza punteggiatura, senza pause e senza respiro che alterna lirismo e brutalità, trasformando in poesia la denuncia sociale. Un esempio mirabile dell'intera opera di Arenas, tutta tesa a rivendicare la differenza sessuale e a denunciare l'ottusità dell'oppressione militaresca. Kafka si passa un filo di rossetto sulle labbra, si guarda allo specchio e si avvia ancheggiando verso il suo carnefice.

 

 

 
 
 
 
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