Asce di guerra

Asce di guerra
1956. In una località non meglio precisata dell’Europa orientale un gruppo di uomini riceve l’ordine di partenza: direzione Asia centrale. A nessuno di loro è stato concesso di poter raccontare ad anima viva dove si stiano dirigendo. Del resto, la loro è stata una scelta volontaria. Se qualcosa dovesse accadere, se dovessero morire, di nessuno di loro resterà traccia. Spariranno semplicemente. Imola è lontana ormai. Sono lontane le beghe di partito – quel PCI che non riesce a tenere al suo interno le tante anime e che ha deluso gli uomini che aspettavano con ardore la rivoluzione socialista, sono lontani i compromessi, i fascisti dal viso ripulito, l’Italia che sta cambiando e che è sempre più sotto l’ala dell’egemonia statunitense. Davanti a Gap e ai suo compagni si apre il Laos. È lì che stanno andando a combattere per la rivoluzione. Lì che percorreranno i loro personali “sentieri dell’odio”. Per quella terra, per quelle popolazioni, sono disposti a compiere il loro sacrificio più grande: daranno la vita se sarà necessario...
Pubblicato per la prima volta nel 2000 e poi riedito cinque anni dopo, Asce di guerra è un “oggetto narrativo” complesso. Da un lato la storia – vera – dell’esperienza di lotta in Laos di Vitaliano Ravagli, comunista romagnolo che decide di combattere contro il dominio coloniale lasciandosi alle spalle un’Italia in cui non si riconosce. Dall’altro c’è uno spaccato del nostro Paese all’inizio degli anni Zero. Daniele Zani è l’alter ego degli autori: un avvocato “delle cause perse” che si imbatte casualmente nella storia di Ravagli e che non sa distaccarsene. Quella Bologna narrata in Asce di guerra non c’è più. Non c’è più neppure l’Italia che credeva in un “altro mondo possibile”, che sognava – dopo Seattle – che ci potesse essere un cambiamento imminente nelle logiche neoliberiste. Quello che resta al lettore sono pagine difficili da dimenticare: sono le storie dei partigiani, uomini che hanno compiuto atti eroici e che sono stati esattamente ciò che il loro tempo richiedeva che fossero, che hanno avuto il coraggio di schierarsi apertamente, di combattere, di morire. Lontani da voler fare facili agiografie, il collettivo Wu Ming riporta a galla le storie sepolte nei meandri della storia, quelle dimenticate, quelle più difficili da metabolizzare con cui tutti dovremmo – prima o poi – fare i conti. Le storie, in fondo, non sono che «asce di guerra da disseppellire».

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