Asimmetria

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New York, un parco, una panchina, una ragazza di venticinque anni, un’assistente di redazione, seduta a leggere un libro. È Alice. E dire che legge in realtà è un’imprecisione, perché anzi comincia a essere piuttosto stanca di starsene lì tutta sola senza far nulla: ogni tanto tenta di leggere il libro che ha sulle ginocchia, ma è composto quasi esclusivamente da paragrafi lunghissimi e senza traccia di virgolette doppie, senza le quali, secondo lei ‒ che spesso non riesce a portare le cose a termine e sogna di scrivere un giorno un libro ‒ un volume è del tutto inutile. Mentre è presa da questi pensieri la raggiunge un uomo dai riccioli grigi come il peltro che si siede accanto a lei con in mano un cono gelato preso dal camioncino di Mister Softee lì all’angolo e le chiede cosa stia leggendo, se sia il libro che parla di cocomeri – lei annuisce, anche se fino a quel momento di cocomeri a quel che ha visto nelle pagine non c’è traccia ‒, che cosa le piaccia leggere (per lo più roba antica, risponde lei) e poi tace. Lei ha riconosciuto lui, ma è troppo stupita. A un certo punto lui finisce il gelato, si alza e se ne va non prima, dopo averle chiesto il nome, di salutarla dicendole “Arrivederci, Alice, che apprezzi la roba antica”. E non passerà molto tempo prima che il semplice apprezzamento diventi qualcosa di più… Londra, aeroporto di Heathrow, posto di polizia. Amar è trattenuto senza motivo mentre è in viaggio per andare a trovare il fratello. Ma del resto ha dimestichezza sin dalla nascita con i velivoli: è stato concepito a Karrada ma nato in cielo, sopra Cape Cod. L’unico medico a bordo di quell’aereo è il padre, un ematologo oncologo che dai tempi dell’Università di Medicina di Baghdad, nel 1959, non fa più partorire nessuno, e che ha sterilizzato le forbici col whisky e per farlo respirare gli ha schiaffeggiato le piante dei piedi. Alhamdulillah! grida una delle assistenti di volo vedendo che è maschio. Che possa essere uno di sette! A questo punto del racconto di solito la madre alza gli occhi al cielo…

Le relazioni che si instaurano nell’arco della vita, siano esse di amore, di amicizia o basate su qualche altro motivo o sentimento, in effetti sono quasi sempre tutte un po’ asimmetriche, fondate sulla contrapposizione e l’unione dei contrari, a maggior ragione nella realtà contemporanea fluida, precaria e contorta: c’è chi ama di più e chi ama di meno, chi è più bello e chi meno, chi è più ricco e chi meno, chi è più simpatico e chi meno e così via, e quando ci si incontra in realtà per l’appunto non si fa altro che trovarsi a mezza strada e provare a valutare se valga o meno la pena compiere stando insieme un tratto d’esistenza. Con un mood un po’ à la Harold e Maude, anche se la differenza d’età è assai minore ed è in questo caso la componente femminile a essere più giovane, Lisa Halliday, con una scrittura lieve ma ricca di riferimenti e non superficiale, fresca, abbastanza originale, brillante, raffinata e sottilmente ironica, divertita e divertente, racconta nel primo capitolo, Follia, che può essere a sua volta considerato un romanzo breve di cui poi si riprendono numerose caratteristiche nella terza parte, della tenerezza che sboccia fra Alice ed Ezra Blazer, un celebrato Premio Pulitzer, ma anche, nel secondo episodio, anch’esso intitolato come una delle caratteristiche principali del nostro mondo, ossia Pazzia, di Amar, economista di origini irachene che si ritrova senza colpa né peccato trattenuto dalla polizia aeroportuale di Heathrow, e ha quindi suo malgrado l’occasione di tracciare il bilancio della propria vita.



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