Aspetta primavera, Lucky

Aspetta primavera, Lucky
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Pier Paolo Pasolini non viene denunciato per atti osceni in luogo pubblico e non è costretto a lasciare il Friuli, non conoscerà mai Sergio Citti né Giorgio Caproni, continua invece a fare il professore nel suo piccolo paesello mentre si diletta a scrivere poesie in friulano che compaiono, ogni tanti, su qualche rivista locale: questo è quello che si sogna Fulvio Sant, come a dire che il talento conta, ma fino a un certo punto. Lui per esempio un po’ di talento ce l’ha, ha pubblicato qualche libro di poesie e qualche romanzo, però non basta. Per pagare l’affitto, pagare le bollette, fare la spesa e tutto il resto Fulvio Sant scrive recensioni, post-fazioni e pre-fazioni, dà lezioni di scrittura creativa, ma, sopratutto, fa il traduttore. Adesso per esempio sta traducendo contemporaneamente Centosettanta e Duecento (i libri su cui lavora non li chiama mai per nome, solo con il numero di pagine). Eppure Giulia, la sua ragazza super comunista che non vuole più scopare, arriva e gli dice che i soldi per arrivare a fine mese non bastano più...

Da un po’ di tempo gli operai non se la passano tanto bene. Fulvio Sant però non costruisce macchine e Marchionne, almeno sta volta, non c’entra niente. Il protagonista di Aspetta primavera, Lucky è si un operaio, ma quello che produce si chiama cultura. Per il resto i ritmi di lavoro sono gli stessi di un metalmeccanico: traduzioni dalla mattina alla sera, solo qualche minuto di riposo, problemi alla schiena, salari bassi e a cottimo. D’altra parte il titolo del libro di Flavio Santi (curiosa l’ assonanza con il nome del protagonista) è tutto un programma. Questo operaio della cultura non ha perso le speranze, lui ce la mette tutta, non molla e stringe la cinghia come Svevo e Arturo Bandini in Aspetta primavera, Bandini di John Fante; e poi c’è Luciano Bianciardi, detto Lucky con il suo Lavoro culturale e la sua Vita agra, storia di un lavoratore che non riesce che viene risucchiato dal sistema. In questi termini si rivolge a lui il povero Fulvio Sant: «Caro Bianciardi, tu non puoi saperlo, ma noi siamo la prima generazione di intellettuali-operai. Che buffo, una volta Flaiano ha scritto: “Non ci restano che gli artisti a voler sembrare operai”. Adesso lo siamo diventati per davvero, e non per posa snobistica. C’è stata una sottile evoluzione della specie umana: dal proletariato delle fabbriche siderurgiche e metalmeccaniche a quello dei plurilaureati». Il libro di Flavio Santi, classe 1973, già autore per Marsilio, Rizzoli e Sartorio, è la divertente cronaca di un precario della cultura. Il romanzo, quasi picaresco, è diviso in brevi capitoli nei quali il protagonista racconta in prima persona e al tempo presente le sue avventure e le sue disavventure, lavorative e amorose, con un ritmo veloce e un linguaggio caustico, tagliente, ironico e autoironico, capace di far pensare e di divertire il lettore con l’unico strumento della narrazione.



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