Aspettare valeva la pena

Aspettare valeva la pena

Karl Bender, ex chitarrista del gruppo rock anni Novanta Axis, gestisce a Chicago il bar Dictator’s Club, “una bettola male illuminata per gente tormentata, attempata e sola”, che ha perlopiù tra i suoi avventori quarantenni nostalgici del rock ‘n’ roll. Un giorno, cercando un anfibio nel ripostiglio di casa, cade in un buco spaziotemporale che lo fa viaggiare nel passato. Viene catapultato a un concerto cui aveva assistito qualche giorno prima del salto temporale. Nel passato vede il suo io dall’esterno, intuendo che ormai il suo aspetto fisico sta pericolosamente decadendo: denti macchiati, pancia e “altre bruttezze da quarantenni sfigati”. Il giorno dopo rivela la sensazionale scoperta all’amico e fedelissimo cliente del Dictator’s Wayne De Mint, un genio dell’informatica e della fisica, che in una sola notte riesce a costruire un software per la curvatura dello spazio tempo, che consente di scegliere la destinazione del viaggio nel tempo. Dopo qualche giorno, Bender e l’amico iniziano a passare parola fra i nostalgici del bar, inaugurando un bizzarro business segreto per nostalgici del rock’n’roll, che pagano fior di quattrini per poter assistere ai concerti delle loro band preferite. Stare a guardare dopo un po’ diventa noioso per De Mint, che decide di catapultarsi nel passato per salvare John Lennon. L’amico però, invece di digitare correttamente l’anno (1980) in cui viene assassinato il cantante dei Beatles, lo manda nel 980. Per salvarlo, Bender inizia a cercare tra gli astrofisici più promettenti delle università americane. Sarà Lena Geduldig, un’amante del rock indie, a catturare la sua attenzione e a ideare un sistema per viaggiare in un’epoca in cui non esiste la corrente elettrica…

Il romanzo d’esordio dell’americana Mo Daviau all’inizio sembra una scopiazzatura di 22/11/63 di Stephen King, se non altro per la comune e insolita scoperta della modalità di viaggio nel tempo, mescolato con il sapore nostalgico di Alta fedeltà di Nick Hornby (anche la Daviau sembra ossessionata positivamente dal rock indipendente e dalle liste). Dopo qualche pagina però, si capisce che l’americana è invece su una linea stilistica narrativa personalissima e che nella vicenda della protagonista femminile del libro indaghi cosa voglia dire essere donna in un mondo di maschi (quello della ricerca universitaria e del rock), tanto che il viaggio nel tempo risulta essere un espediente per costruire una storia d’amore inconsueta, piena di colpi di scena, umorismo caustico e visionarietà da nerd anni Novanta. Il libro piacerà sicuramente agli amanti del rock indipendente americano (Melvins, Sonic Youth, Elliot Smith e altri artisti lontani dal mainstream), ma sarà egualmente apprezzato anche da chi vuole leggere una commedia/storia d’amore e d’amicizia scritta con lungimiranza e intelligenza. In questo senso costituiscono sicuramente un plus i dialoghi fra i due amanti e alcuni personaggi spalla (come l’affittuario indiano di Bender) costruiti alla perfezione. Un debutto da non perdere che potrebbe benissimo essere la base per una sit-com o serie di successo.

LEGGI L’INTERVISTA A MO DAVIAU



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