Assalto a un tempo devastato e vile

Assalto a un tempo devastato e vile
“Qualcosa non torna, qualcosa non è tornato. C’è uno sfasamento nei calcoli, e anche i più ciechi, i più generosi profeti hanno lanciato il loro grido a vuoto”. Il primo assalto parte dalle case popolari del complesso di Calvairate a Milano. Pezzi di storia privata di una famiglia (e d’Italia) vengono ricostruiti a partire da qui, perché “le storie sono solo storie di poveri. Fuori della povertà, “radicalmente”, non esiste umanità”. E i poveri li ritroviamo all’alba, sulla statale per Bergamo, percorsa a 180 km/h: Bruno fa una brusca inversione e riconferma la sua personale resistenza, quella al lavoro e ai preti, anche se sono 4 anni che è senza lavoro, anche se si tratta di un’occasione (un milione al giorno), anche se il guardaroba s’è ristretto a pochi capi… Gadal anche è povero. Ma è egiziano, ed è forte. Per questo l’hanno messo a fare il turno completo, quello dalle cinque di pomeriggio alle tre di notte, al Cam, il quartiere di concentrazione e smistamento merci di Milano, scarica e carica pacchi per stivarli nei tir, il nastro che trasporta le merci non si ferma mai, e lui carica, scarica, carica, scarica, continuamente per otto ore, senza sosta. “Quando entro nei supermercati illuminati, dove tutto è esposto in scaffalature (…) io penso al cono d’ombra che si stende dietro le margarine, gli shampoo, le latte di conserva”...
Assalto a un tempo devastato e vile. Quando un libro ha un titolo così, il rischio - altissimo - è che il suo contenuto non regga il confronto con le premesse. Ma se a scriverlo è Giuseppe Genna, il dubbio che non sia all’altezza non ha nemmeno il tempo di formularsi. La prima combinazione di colpi l’autore l’ha sferrata e la conclude qui. E’ un trittico: Fame, Lavoro, Fatica. Poi lo sguardo compie alcune deviazioni e il campo visivo mette a fuoco un evento di cronaca: è la volta delle morti per tumore al fegato dei bonificatori di Seveso, gli eroinomani del quartiere Trecca furono arruolati dal Comune per andare ad erogare del liquido neutralizzante nelle zone investite dalla nube di diossina, mentre un Garattini in dolcevita bianco tranquillizzava il resto della popolazione con i bollettini sullo stato dell’inquinamento sotto controllo. Genna decide di guardare anche un po’ più in basso, giù nel gorgo, da dove riemerge l’onirica descrizione di un’assenza che si caratterizza come presenza ossessiva: “Cara Maura, da dieci anni non ti vedo e continuo a vederti”. Quello che in questa raccolta sembra ancora essere slegato e privo di connessioni in Dies Irae troverà il punto di fusione stilistico adatto per diventare amalgama e sostenere la struttura multinarrativa di un romanzo bello e difficile. Per un libro così le velleità di tipo “tassonomico” è meglio non risvegliarle, che rimangano assopite da un’altra parte. Racconti, saggi, articoli di denuncia, storie di pura finzione. L’ansia da definizione ha vita breve. Si potrebbe dire che sono scritti necessari, perché aderiscono perfettamente alle pareti di quegli sfregi profondi che ciascun tempo lascia dietro di sé. Che sia più o meno devastato, più o meno vile. Genna lo interpreta, lo racconta, lo raccorda con il presente e con il futuro, lo dilata e lo contrae, lo strumentalizza, e ci profetizza sopra. A uno scrittore, davvero, non si può chiedere di più.

 

 

 

 
 
 
 
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