Assassinio a Villa Borghese

Assassinio a Villa Borghese

Giovanni Buonvino passa le giornate in quello che chiama “il barattolo”, un ufficio miserrimo di cui conosce ogni crepa e ogni macchia dei muri. Da qualche parte nel suo cuore spera che la sua carriera possa ripartire: sono quindici anni che per lui è tutto fermo, fossilizzato. E onestamente è anche convinto che sì, lui ha sbagliato, ma in fin dei conti non è stato poi questo gran dramma. Così non la pensano evidentemente i vertici della polizia, almeno fino a quando, del tutto inaspettatamente, viene chiamato dal collega Silvestre che gli comunica quello in cui Giovanni ormai non sperava più. Promosso a commissario. Pensa a uno scherzo, a un orribile scherzo e invece no. È tutto vero, un commissariato nuovo di zecca a Roma, in pieno centro città. Precisamente all’interno di Villa Borghese. L’istinto è quello di mandare tutti al diavolo, a partire da Silvestre per arrivare al capo della polizia. Si vede già a dare la caccia a chi butta le carte per terra, a ricevere denunce per il furto di un pallone o contro qualche coppia troppo focosa, ma i quindici anni di stop alla carriera chiuso nel barattolo pesano. Ancora di più forse, pesa il disprezzo che gli ha rovesciato addosso Lavinia, la moglie che qualche mese prima, sorpresa in flagrante tradimento, si è “giustificata” col fallimento del marito e di tutte le sue aspettative. Buonvino accetta la nuova destinazione e basta poco tempo perché gli sembri quasi che la gente per strada lo guardi con ammirazione, come se nelle sue spalle raddrizzate, nel suo portamento nuovo tutti potessero vedere che adesso è un commissario. La sede del nuovo commissariato è a villa Umberto, nel verde del Parco dei daini, all’interno degli ottanta ettari che compongono Villa Borghese. Musei, gallerie d’arte, il bioparco, e all’interno degli edifici Canova, Tiziano, Raffaello e Caravaggio…

Walter Veltroni non ha certamente bisogno di presentazioni. Politico di lunghissimo corso, segretario di partito, sindaco di Roma, ma anche giornalista, regista cinematografico e dal 2006 scrittore. Ho letto questo romanzo cercando di dimenticarmi chi lo ha scritto per evitare qualunque condizionamento. A voler essere pignoli ero pronta col fucile spianato per l’evidente spudorata analogia con la saga dei Bastardi di Pizzofalcone che si intravedeva nelle descrizioni della trama lette in giro. Le analogie in realtà non esistono se non per chi ha voluto vedercele (non escludo a priori che si sia trattato di una mossa di marketing) e tutto sommato il romanzo è scorrevole e piacevole. Nonostante gli omicidi efferati e davvero splatter, l’indagine avanza un po’ così, senza un vero filo logico e nascondendo al lettore un indizio fondamentale, ma al di là di questa sottigliezza da patita di gialli e della fantasiosa conclusione, il romanzo si legge senza fatica. Una cosa che si avverte prepotentemente è il grande amore dell’autore per la location, ma del resto come dargli torto? Buona – anche se con qualche esagerazione – è anche la caratterizzazione dei poliziotti, sia quelli del commissariato di provenienza di Buonvino sia di quelli che compongono il presidio, nonché dei personaggi che frequentano stabilmente il parco. Una carrellata di varia umanità, in alcuni casi al limite del credibile ma certamente come ci dice quotidianamente la cronaca non impossibile da trovare a Roma. D’altra parte, il romanzo di genere, il giallo in particolare, richiede o un talento particolare o molta esperienza e quindi considerandolo come opera prima, direi che salvo qualche particolare la prova può considerarsi superata.



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