Assassino senza volto

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Gennaio 1990. Nel minuscolo villaggio di Lenarp, poco a nord di Kadesjö, sulla strada che porta al magnifico lago di Krageholm, nella Scania profonda, un anziano contadino si sveglia nel cuore della notte, svegliato da uno strano lamento. Guardando dalla finestra di casa, intravede nel buio che il vetro della finestra della cucina dei vicini, Maria e Johannes Lövgren, è in frantumi. Spaventato, sveglia la moglie, si veste, prende una torcia elettrica e attraversa la strada. In casa dei Lövgren c’è un massacro. Le pareti della camera da letto sono coperte di sangue: Johannes è disteso sul letto senza vita, il viso ridotto a una maschera informe a forza di botte, il femore spezzato che esce dalla carne della gamba, Maria è legata ad una sedia ed è stata quasi strangolata con una corda, respira appena. Alle 5.13 arriva la chiamata alla centrale di polizia di Ystad, il contadino chiede aiuto e racconta ciò che ha visto. Viene buttato giù dal letto l’ispettore Kurt Wallander, che stava beatamente sognando di fare l’amore con una donna di colore. Il poliziotto si veste rapidamente, ingolla un caffè bollente e si mette in macchina: un’auto di pattuglia lo sta aspettando allo svincolo per Kadesjö. Una volta raggiunto Lenarp e visto il luogo del delitto, Wallander dà ordine di mandare subito un agente in ospedale accanto a Maria Lövgren: la donna infatti potrebbe riprendere conoscenza e svelare l’identità dell’assassino (o degli assassini). Nessuno ha visto nulla, nessuno ha sentito nulla: l’indagine si preannuncia particolarmente difficile, ma Wallander ci si butta anima e corpo, anche per dimenticare la sua difficile situazione familiare. La moglie Mona lo ha appena lasciato, la figlia Linda – che a 15 anni ha tentato il suicidio – conduce un’esistenza nomade e gira il mondo non facendosi sentire per mesi, l’anziano padre pittore lo tratta con rabbia e rancore, sembra avercela con il figlio per la sua solitudine…

È datato 1991 il primo romanzo della saga del poliziotto Kurt Wallander, che tanta fortuna ha portato all’autore consacrandolo a livello internazionale (ne sono anche state tratte ben due miniserie televisive, una di produzione svedese con Rolf Lassgård nei panni di Wallander e una della BBC con protagonista Kenneth Branagh). Eppure affronta un tema di clamorosa attualità: l’impatto sociale dell’immigrazione extracomunitaria e dei flussi di rifugiati soprattutto in nazioni (come la sonnacchiosa Svezia) poco abituate a gestire tensioni del genere, tradizionalmente molto omogenee etnicamente e con tassi di criminalità trascurabili. Ovvio che il punto di vista di Henning Mankell, che quando ha scritto il romanzo già da anni viveva tra Stoccolma e Maputo, in Mozambico, dove ha fondato nel 1985 una compagnia teatrale, sia antirazzista senza se e senza ma: a lui interessa sottolineare il pericolo insito nei populismi, nell’intolleranza, nelle leggende metropolitane sugli immigrati. E anche le difficoltà delle Forze dell’ordine e delle istituzioni che devono lavorare perseguendo i delinquenti ma al tempo stesso evitando di fomentare gli opportunismi politici e i rigurgiti razzisti di parte della società, rischiando però così di fare più male che bene. Malgrado la serietà dei temi affrontati il romanzo – sebbene sia considerato un caposaldo del giallo scandinavo – non entusiasma né per il plot né per lo stile, e si segnala soprattutto perché getta le basi di un personaggio che negli anni successivi sarà protagonista di avventure ben più memorabili.



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