Atti mancati

Atti mancati
Marco Molinari è un intellettuale di trentatré anni  con un impiego come giornalista e un romanzo che giace da anni, sempre ripreso e mai finito, nel cassetto della sua scrivania. Una vita trascorsa a “limare, escludere, cancellare tutto: rapporti, viaggi, imprevisti quotidiani” per poter finalmente tagliare i ponti con il passato e vivere in una rassicurante routine fatta di certezze e solitudine. Persino il lavoro è stato scelto con cura: senza orari e quasi “senza gesti, asettico, ripulito da ogni sgradevole contatto umano”. Fino a quando Marco viene chiamato dal  direttore del giornale cittadino con cui collabora per scrivere un articolo su un’onorificenza che la città di Bologna conferirà a Bernardo Pagi: intellettuale illustre e controcorrente, da sempre in contrasto con quelle che lui chiama le “mode bolognesi”. È proprio in questa occasione che Marco scorge in fondo alla sala la sua ex fidanzata Lucia. Lei, che lo ha abbandonato anni prima dopo  una settimana appena che il loro comune amico Ernesto (anche lui autore di un libro incompiuto) era morto in un incidente stradale. Lucia se ne era andata così, senza una parola, senza un biglietto, senza un apparente motivo. E ora, quasi irriconoscibile, lo saluta con un sorriso e con un gesto del capo,  chiedendogli un appuntamento. Sarà solo l’inizio di un lungo pellegrinaggio nello spazio e nel tempo, tra i  luoghi della Bassa e le vie di Bologna; tra i ricordi, talvolta rimossi, che una Lucia sempre più determinata porterà a galla, in un a m’arcord dai risvolti oscuri e totalmente inaspettati… 
Matteo Marchesini, giovane critico e studioso di letteratura, nonché collaboratore del “Corriere della Sera”, de “Il Foglio” e de “Il Sole 24 ore”, si cimenta nella narrativa con questa opera prima, candidata al Premio Strega 2013. La storia portata in scena da Marchesini – che ci cattura sin da subito con stile narrativo intenso e coinvolgente, e nella quale non possiamo non scorgere elementi autobiografici – è una storia d’amore, ma anche un diario di colpe e di omissioni che vedono come fulcro originario proprio il legame fra Lucia e Marco, dal quale Ernesto verrà fagocitato e  annientato. Lucia degli anni d’oro, in cui ancora la malattia terribile che la assedia non si era manifestata; una “figheira” del quartiere Costa-Saragozza, capace di costruirsi ad arte un personaggio “stilizzato impermeabile a qualunque sbavatura, coerente come un fumetto”, tanto da meritarsi il soprannome Peanut. Accanto alla fidanzata storica, l’amico Ernesto. Anche lui appartenente alla borghesia bolognese, collocato dal giudizio del narratore-Marco alias Matteo appena al di sopra dell’aurea mediocritas; un tipo che sapeva fare tutto discretamente senza eccellere particolarmente in qualcosa. Marco dal canto suo, a forza di escludere, di ripulire dalle scorie, a forza di “sfrondare impegni sgraditi e rapporti impegnativi”, ha creato negli anni attorno a se il vuoto: uno spazio in cui nulla più accade, nulla può fargli del male. In questo malsano equilibro così faticosamente raggiunto, Lucia irrompe con la forza di un tornado, nonostante sia gravemente debilitata dalla malattia che la sta uccidendo. Sperando che finalmente l’ex fidanzato la smetta di vivere “ad occhi chiusi”, lo conduce per mano in un percorso prestabilito e ordinato, fatto di incontri e stazioni, di volti dimenticati e di mappe sentimentali che Marco non riesce a decifrare se non alla fine – e forse neanche completamente. La storia di Marco e Lucia, prima che d’amore, è una storia di parole non dette, gesti trattenuti, atti mancati.  Mancata, come la consegna del manoscritto di Ernesto, che muore senza conoscere il giudizio lusinghiero di Pagi. Mancata, come la capacità di vivere appieno del protagonista, che preferisce barare, limitandosi a scrivere il suo articolo giornaliero “senza lasciar capire che dietro è stato tolto l’audio dell’esperienza”; convinto che “le parole corrano parallele alle cose, e che senza conoscere davvero con i sensi, senza scontare con il dolore un determinato stato di cose si possa per qualche coincidenza formale… darne con le parole un equivalente in grado di ingannare sulla totale inesperienza dei fatti”. Scrivere per non provare dolore, per non dover fare i conti con il proprio passato, con ciò che non si vuole ricordare e,  soprattutto, ammettere. E forse l’ultimo atto mancato di Marco – la cui inerzia quasi compiaciuta lo rende da subito antipatico - è la fuga finale dalla camera di Lucia morente  per buttarsi ad occhi chiusi in strada, fra la folla ronzante che lo trascina via; lasciando così una porta aperta alla fantasia del lettore, che spera fino all’ultimo in una redenzione del protagonista.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER