Attorno a questo mio corpo

Attorno a questo mio corpo
Il corpo degli scrittori, nell’accezione più ampia, come punto focale per una storia della letteratura italiana: questa l’idea base che anima il libro. E pertanto, anche se non in rigoroso ordine cronologico, si alternano nel volume pagine sulla fisicità, sulle nevrosi, sulle ossessioni, tic, difetti di scrittori italiani da Dante a Savinio, da Ariosto a Testori o a Moravia. Il primo capitolo, infatti, affronta subito l’autobiografia come scrittura di sé, in Alfieri, e non solo del sé “interiore” ma di quello esteriore: «in corpo e in anima». Un Alfieri rosso di pelo, con pochi capelli, alto, un po’ curvo e dalla testa abitualmente chinata verso il basso, e come tutti gli altri esseri umani con zone del corpo decisamente più fragili e più esposte ai malanni: dalla dissenteria all’emicrania. La scrittura di Alfieri, dunque, s’immagina più facilmente ‘incarnata’ in questo essere, tanto più autentico del leggendario Ugo Foscolo. D’altra parte quello di Foscolo, si legge nei capitoli successivi, fu proprio «il corpo del romanticismo italiano», ovvero il corpo in cui s’incarnò e fece di sé simbolo l’intera storia romantica della letteratura italiana ottocentesca: contraria al verso che suona e che non crea, la scrittura romantica non poteva che avere quel corpo di Foscolo – vero o leggendario – che descrive «occhi incavati, intenti,/crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto,/labbro tumido acceso e tersi denti». Dante, invece, dei cui denti non abbiamo traccia, si scopre non essere quel «mascherone aggrottato» che una ostinata e incancrenita iconografia continua a diffondere: e invece, una sorta di Jean-Paul Belmondo dell’epoca, con occhi grandi e infuocati, alto un metro e settanta, con una voce fluida e sonante, predisposta al canto. Quasi un Pippo Baudo in salsa medievale! Che dire, poi, di quelli che abbiamo conosciuto personalmente: «Com’era Moravia» lo sappiamo tutti, ma la penna fine di Raffaele Manica ne ha ridisegnato il profilo: «gli occhi, limpidi e verdi, riparati sotto il folto arricciarsi delle sopracciglia evidentissime». Una vendetta, quello sguardo limpido e verde, rispetto allo strabismo segnalato da Andrea Gareffi a proposito dello sguardo ariostesco: un inopinato «difetto della guardatura» che, però, non gli impedì la scrittura (e che scrittura!)…
Una storia della letteratura italiana, sia pure “sub specie corporis”, scritta a molteplici mani, non può che essere disomogenea anche per qualità di scrittura: più densa e callosa in alcuni capitoli, più sottile e morbida in altri, forse anche a segnare una differenza di mani, o di corpi, degli autori che hanno steso questo corposo – è proprio il caso di definirlo così! – volume di oltre seicento pagine. E c’è differenza, infatti, tra i contributi di poeti e scrittori che hanno prestato la loro penna a questo volume (è il caso di Elio Pecora, Dante Maffia, Giulio Leoni, Renzo Paris) e quelli dei ‘professori’ o dei critici militanti o dei semplici e liberi studiosi. Più aeree le scritture dei primi, più ‘strutturate’ e rigide quelle dei secondi: ma sono compensazioni necessarie ad un corpo, il volume, che necessariamente ha bisogno di una struttura ossea portante, su cui stendere scritture muscolose e ben  ricoperte da una pelle stilistica senza imperfezioni. Qualche neo, a voler fare il dermatologo attento all’epidermide della narrazione, avrebbe avuto bisogno di una indolore asportazione: ma sarebbe rimasta la cicatrice di uno spazio vuoto, di una assenza ingiustificabile all’interno di una storia letteraria, come quella italiana, che possiede un corpo ormai consolidato su cui ancora, di tanto in tanto, cresce qualche giovane germoglio.

 

 

 

 
 
 
 
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