AUGUSTUS

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45 a. C.: Giulio Cesare scrive a sua nipote Azia. Ha fatto in modo che la sua lettera preceda il giovane Gaio Ottaviano, figlio quasi diciottenne della donna, che è in viaggio da Cartagine verso Roma dopo aver partecipato alla campagna iberica. C’è stata qualche preoccupazione sulla salute del ragazzo, ma Cesare è tranchant: Azia deve superare le sue cautele di madre (“Sei una buona madre (…) ma il moralismo e il rigore che ti affliggono hanno già creato qualche fastidio alla nostra famiglia”) e inviare Ottaviano ad Apollonia, dove Cesare lo vuole a guidare in sua assenza le sei legioni che tiene in Macedonia. Ad affiancare il giovane, Cesare manderà degli amici che hanno combattuto al suo fianco in Iberia, Marco Vipsanio Agrippa, Quinto Salvidieno Rufo e Gaio Cilnio Mecenate. Il dittatore ha grandi progetti per Ottaviano (“Il tuo Gaio siede già alla mia destra; ma per restarci saldamente e assumere i miei poteri, dovrà acquistare anche la mia forza”) e lo ha nominato comandante di cavalleria. Un anno dopo ad Apollonia Ottaviano, Marco Vipsanio Agrippa, Quinto Salvidieno Rufo e Gaio Cilnio Mecenate, mentre sovrintendono alle manovre della cavalleria, ricevono da un messaggero stremato una lettera da Azia: Giulio Cesare è morto, assassinato da alcuni congiurati. Grande costernazione si sparge per l’accampamento, assieme a voci assurde: nessuno sa cosa potrà succedere. Ottaviano riflette amaro: “Ieri sembravano tutti miei amici. Ora non posso più fidarmi di nessuno”, è indeciso sul da farsi. Agrippa suggerisce di non fare proprio niente e rimanere al sicuro in Macedonia; Salvidieno acclama Ottaviano come nuovo Cesare e suggerisce di marciare su Roma in armi; Mecenate suggerisce invece cautela, ma al tempo stesso ritiene che non sia possibile rimanere semplicemente in attesa, lontani dal cuore degli eventi. Ottaviano è d’accordo con lui: partiranno loro quattro, lasciando intendere che vogliono prima o poi tornare ad Apollonia. Sbarcheranno però ad Otranto, non a Brindisi dove è di stanza una legione della quale si ignorano le intenzioni. Mentre i giovani sono in viaggio, però, una nuova notizia giunge a complicare il quadro: il testamento di Cesare è stato reso pubblico e il dittatore ha nominato erede proprio Ottaviano…

Pubblicato nel 1972, salutato come un capolavoro e premiato con il National Book Award per la fiction l’anno seguente, questo Augustus rappresenta un unicum nell’opera di John Williams. Non solo per i temi e le caratteristiche stilistiche, ma anche per la fortuna, essendo l’unico dei quattro romanzi dello scrittore texano che abbia avuto un qualche successo non postumo. Non però nel nostro Paese, dove il libro è alla quarta edizione e al quarto editore in quasi cinquant’anni, finalmente con una qualche speranza di suscitare l’interesse del pubblico grazie al successo di Stoner. Pesa forse la profonda diversità di Augustus dalla media – anzi, forse dalla totalità – dei romanzi storici di ambientazione romana: il libro ha infatti una struttura epistolare, è cioè interamente costituito da documenti e missive (inventate), senza dialoghi e azione. Un approccio quindi tutt’altro che ammiccante o commerciale – sebbene Williams ammetta in una nota a margine del testo: “Ho cambiato l’ordine di vari avvenimenti; ho inventato laddove i dati storici erano incompleti o incerti; e ho creato alcuni personaggi che la storia non cita”. Al centro di questa ridda di punti di vista c’è Gaio Giulio Cesare Ottaviano, pronipote di Giulio Cesare. Quando, nei convulsi giorni immediatamente successivi alle idi di marzo del 44 a. C., Marco Antonio aprì il testamento del dittatore, vi trovò con sorpresa l’adozione del fino allora ignoto giovanotto. Ottaviano fu scaraventato sulla scena della grande politica senza preavviso. Non aveva certo la stoffa del leader, apparentemente: piccolo di statura, magro, debole e malaticcio, Ottaviano non preoccupò affatto i nemici di Cesare in un primo momento. Un grave errore di valutazione che il libro di Williams racconta con efficacia mentre segue la metamorfosi dell’erede politico e spirituale di Cesare, da oscuro ragazzotto provinciale ad astuto manovratore politico, da triumviro a sovrano assoluto. Malgrado l’ascesa a uno status in pratica quasi divino, Augusto tenne durante il suo regno quello che oggi definiremmo “un profilo basso”: evitò sfarzi ed eccessi, non si attribuì mai ufficialmente il titolo di “imperator” e preferì quello di “princeps”, primus inter pares, mantenne un formale rispetto del Senato. Augustus è formidabile nel rendere questa immagine di Ottaviano moderato, quasi dimesso, moderno nella sua imperfezione: non per questo però John Williams rinuncia alla qualità narrativa, ai colori, al nerbo. Il suo Gaio Giulio Cesare Ottaviano è un uomo normale. Il suo libro no.

 


 

 

 

 

 
 
 
 

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