Autobiografia degli anni di mezzo

Autobiografia degli anni di mezzo
È il primo marzo 1869 quando lo scrittore americano Henry James, a 26 anni, sbarca a Liverpool, Inghilterra, il cuore di quello che lui sente il “vecchio mondo”. Il suo è un ritorno, si è sentito come chiamato  da una voce invisibile, perché c'era già stato anni prima. Non ha uno scopo preciso, ma solo una meta: Londra. La capitale anglosassone non è più il vero centro del mondo, ma offre ancora delle possibilità inusitate, delle velleità insospettabili di contatto umano. Può così capitare che un giovane ventiseienne, letterato per necessità, ma sostanzialmente sconosciuto, possa avere contatti con personaggi di caratura internazionale, nei salotti accoglienti, frivoli ma nello stesso tempo ferventi della capitale in lenta e  costante decadenza. L'oramai uomo James tuttavia non si attarda nel gossip, non divaga nelle mere questioni sentimentali o godereccie, alla ricerca del vacuo e del contingente. Nemmeno ci dipinge la sua esperienza alla luce dell'elitario, sotto un'aurea artistico letteraria. Nemmeno quando parla di personaggi della caratura di Eliot. Non c'è niente di ieratico oppure di spocchioso, nessun prurito salottiero o di grossolana mondanità. Ma solo l'acuta impressione di un occhio lucido ed indagatore, sottile ma non arguto, attento ma non morboso, quello che insomma ha reso più o meno celebre il James narratore, più che quello autobiografico…
Viaggiatore indefesso, quasi inquieto, europeo d'adozione anche se con DNA inconfondibilmente americano, Henry James è stato scrittore sicuramente prolifico e dotato, ma sostanzialmente ignorato in vita. Eppure è una voce importante, che si affeziona all'Europa pur soffrendone i mali, nello stesso tempo non potendo rinnegare le potenzialità e gli errori del Nuovo Mondo, la sua patria, gli Usa. Riabilitato in seguito dalla critica per la sua tecnica narrativa di stampo modernista rispetto all'epoca in cui produsse i suoi scritti, accostato per diversi motivi alla indagine chirurgica di Proust e al monologare incontrollato di Joyce, lo scrittore comunque rimane ad oggi un enigma letterario ed umano, anche se indubbiamente alcuni suoi romanzi (Ritratto di signora, Gli ambasciatori fra gli altri) rimangono certo degli snodi cruciali nello sviluppo della storia della narrativa occidentale. Certo che questa pubblicazione, incompleta, postuma e assai minuta mi pare sostanzialmente inutile per un pubblico se non vasto perlomeno curioso o comunque vorace lettore. A parte carpire come anche nell'autobiografia James ribadisce le sue qualità di occhio non indiscreto ma onnicomprensivo di moti ed atteggiamenti degli uomini, appre più chicca per studiosi che vero e proprio testo da pubblico “normale”, a parte la bella introduzione di Virginia Woolf che perlomeno illustra sapientemente non l'autore, ma il contesto in cui gli anni e la esperienze descritte si svolgono, enucleando gli eventuali motivi per cui questo progetto incompiuto sarebbe potuto diventare molto più di quello che ora appare.

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