Autobiografia di una femminista distratta

Autobiografia di una femminista distratta
Laura Lepetit ama i libri fin da bambina, legge Salgari ma non si riconosce nell’insulsa biondina fidanzata di Sandokan: lei ama il Corsaro Nero, i pirati della Malesia, la libertà, la lotta contro i tiranni. Ama Alice nel paese delle meraviglie che deve affrontare imprevisti di ogni genere, e proprio come Alice, quando si trova in difficoltà, urla nella sua testa: “Non siete altro che un mazzo di carte!”. E così i problemi si rimpiccioliscono... Sylvia Plath avrebbe la sua età oggi, sono nate entrambe nel 1932. Ma Sylvia si è uccisa a trent’anni perché non ha retto il peso che la società degli anni Cinquanta le imponeva: essere una ragazza perfetta, una moglie perfetta, una madre perfetta e insieme una grande e feroce poetessa… Laura ha la ferma convinzione che incontrare il libro giusto al momento giusto sia un fatto fondamentale e necessario. Così fonda una casa editrice piena di libri assolutamente necessari, da leggere a ogni costo. E sono tutti scritti da donne… perché secondo lei ogni donna dovrebbe raccontare la propria storia, per non dover sempre scegliere fra essere Madame Bovary o Giovanna d’Arco. Oggi possiamo scegliere semplicemente di fare il giro del nostro giardino…

I ricordi per Laura Lepetit sono fatti così, restano solo quelli che hanno segnato il nostro percorso, gli altri seppure importanti scompaiono. E a segnare il suo percorso più che gli eventi sembra siano state le persone. Le donne, le scrittrici, le amiche, le compagne di viaggio. Carla Lonzi, che negli anni settanta la introdusse al femminismo e al gruppo Rivolta femminile, e poi Sylvia Plath, Lou Salomé, Simone de Beauvoir, Virginia Woolf, Gertrude Stein, Doris Lessing, Alice Munro… Ma c’è anche il suo rapporto con la vecchiaia, le riflessioni sulla società contemporanea, la filosofia, un gatto. E soprattutto ci sono i libri. Fonda nel 1975 La Tartaruga, casa editrice tutta al femminile che dà voce negli anni non solo a scrittrici ancora sconosciute in Italia, ma soprattutto a lettrici che cercano libertà ed emancipazione in una società in pieno fermento culturale. Parlare di femminismo oggi sembra un po’ anacronistico, per questo forse la Lepetit si definisce “distratta”, per smorzare quella connotazione inspiegabilmente negativa che la parola “femminista” ha ereditato dalla storia. Ma a rendere speciale questa piccola autobiografia è proprio la mancanza di faziosità e partigianeria. Essere donne non significa rivendicare la propria diversità di genere, piuttosto sentirsi libere di esprimerla quella diversità e valorizzarla. E soprattutto dedicarsi con tutte le forze a non avere rimpianti.

 

 

 

 
 
 
 

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