Autobus bianchi

Autobus bianchi
È il 2 gennaio 1945. Siamo a Roma, a Villa Bianca, poco al di là delle mura Aureliane. Nonostante quindi non sia un posto particolarmente remoto si tratta in realtà di uno dei luoghi più misteriosi della capitale, che dal giugno precedente non è più occupata dai tedeschi. Dopo aver abbandonato l’antica via consolare una piccola strada dal fondo pietroso conduce a uno spiazzo circondato di piante, dove c’è un cancello di ferro. Su un lato c’è la casa del custode e da tutti e due i lati c’è un alto muro. La villa e i terreni circostanti sono passati indenni attraverso la guerra: tutto è rimasto inalterato, come prima che Mussolini decidesse di entrare nel conflitto al fianco dell’alleato nazista, credendo che ormai la conclusione della guerra lampo voluta da Hitler fosse questione di poco. Non che il proprietario non abbia avuto paura di rimanere vittima di espropri, danneggiamenti o razzie, ma essendo un esperto mercante e soprattutto avendo protezione dalle alte sfere vaticane se l’è sempre cavata. Stamattina però la quiete è turbata dall’arrivo di un grigio signore svizzero, che è armato solo di una valigetta di pelle, ma che in realtà è più pericolosa di un fucile a canne mozze. Il capitano Guido Bustelli, deus ex machina del controspionaggio elvetico, è un uomo che conosce il mondo e le sue debolezze, alle quali non indulge, ma che talvolta utilizza nell’interesse della Confederazione, di cui è un alto funzionario. È naturalmente serio, perfino austero, ma gli occhi vivaci e un sorriso appena accennato rivelano un’indole ironica e una visione del mondo serenamente disincantata. Nel 1944 ha collaborato in maniera spontanea a una delicatissima operazione dei servizi segreti britannici che hanno inviato in Italia il capitano Martin Davies, incaricandolo di una missione quasi impossibile. Non è azzardato sostenere che il successo finale dell’operazione si deve anche grazie ai suoi sforzi e all’abilità di una sua agente, tanto abile quanto seducente. Bustelli aiuta da anni la Resistenza italiana, non solamente per la vicinanza di opinioni rispetto a fascismo e nazismo, ma anche per tutelare la sicurezza del suo paese, che rischia sempre di essere invaso dal Reich…

Non è un libro di storia, anche se il fondamento su base reale e documentaria è evidente. E non solo perché in appendice, alla fine del romanzo ‒ che è diviso in varie sequenze a loro volta ripartite in capitoli ‒ c’è un’ampia e interessante sezione dedicata proprio a spiegare quanto ci sia di invenzione e quanto invece ci sia di vero, fin quasi a sconfinare nella saggistica, in Autobus bianchi. Che racconta una vicenda che si muove con ritmo palpitante, mescolando, come già il suo artefice ha fatto in Rex, finalista al premio Bancarella 2015, di cui qui ritroviamo il protagonista Martin Davies, le atmosfere da giallo classico con dinamiche più propriamente da spy story, e la tensione, condotta con mano sicura dall’inizio alla fine, del thriller, attraverso l’Europa (Roma, Odense, Lubecca, Copenaghen, Berlino…) del 1945, devastata dalla guerra sotto ogni punto di vista. Soprattutto infatti la percezione di verità ‒ o meglio di verosimiglianza ‒ che si avverte leggendo deriva dalla forza intrinseca alla limpida scrittura di Massobrio, storico di salda formazione che fa sì che sfogliando le pagine ci si ritrovi con l’impressione di vivere il momento e la condizione narrata, dall’interno. Gli autobus bianchi erano mezzi dipinti appositamente di quel colore per non diventare bersagli durante il secondo conflitto mondiale: la Svezia, paese neutrale, come per esempio la Spagna (e sovviene alla mente la vicenda di Giorgio Perlasca, italiano che aveva combattuto al fianco dei franchisti nella penisola iberica e che fingendosi console di quel paese poté salvare molti ebrei), vuole recuperare i suoi cittadini tenuti prigionieri. Per far questo stringe un accordo col Reich, e si avvale degli autobus bianchi. Qui Massobrio, come se fosse un giardiniere, fa un innesto: Davies, storico dell’arte e spia, è all’inseguimento di un criminale nazista efferato come pochi, che si fa chiamare Lupo. Ma l’inseguitore è a sua volta inseguito, e a partire da queste premesse si sviluppa un solido intreccio di trame connotato dalla presenza di molti personaggi finemente caratterizzati.

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