Autoritratto di un reporter

Autoritratto di un reporter
In un giorno di febbraio, la scrittrice Krystyna Straczek si trova tra le mani un plico di un migliaio di pagine composto da svariate conversazioni, interviste e lezioni riguardanti Ryszard Kapuściński; è il reporter stesso a consegnarle quel prezioso materiale che darà avvio a questa densa ma scorrevole opera. L’autoritratto raccoglie in poco più di un centinaio di pagine cinque sezioni tematiche che racchiudono gli argomenti principali che hanno caratterizzato la vita di Ryszard Kapuściński. Fin dalle prime facciate l’autore svela molto di sé, rendendoci partecipi delle particolarità che lo hanno contraddistinto come reporter: “sono molto curioso del mondo. Per tutta la vita non ho fatto che lamentarmi di non essere ancora stato in quel posto”; “la mia principale ambizione è quella di dimostrare agli europei che la nostra mentalità è eurocentrica e che l’Europa, o meglio una sua parte, non è il mondo intero”; “io ho un forte bisogno di empatia, non posso fare a meno di vivere le cose insieme alla gente”; “credo che per fare del buon giornalismo si debba innanzitutto essere degli uomini buoni”. Kapuściński appare dunque come un animo irrequieto, predestinato alla fuga verso continenti inesplorati, in modo da poter narrare a piena voce la presenza di un terzo mondo dimentico a noi occidentali. Grazie a ciò l’autore riesce così a colmare il proprio bisogno di empatia: raccogliendo esperienze tra le persone e, una volta amplificate a mezzo stampa, raccontando a individui differenti fatti di cui è bene che siano informati da un buon giornalista, guidato da valori personali nella scelta delle notizie da riportare. Nella seconda sezione ripercorriamo gli albori della professione giornalistica dell’autore, le sue prime esperienze presso l’agenzia polacca Pap e le molte difficoltà psichiche e fisiche a cui è sottoposto un reporter: dalle condizioni estreme in cui viaggia, ai luoghi di atrocità in cui si reca, dalla scelta degli argomenti, ai tagli dovuti a contrasti tematici o semplicemente tempistici definiti dagli editori; in fondo di un’intera rivoluzione in un remoto stato africano è bene che si confezionino poche battute adatte per un articolo informativo, oppure 15 secondi per l’apertura di un Tg. La terza parte è dedicata alla tematica dell’incompletezza, molto sentita e rimarcata da Kapuściński. L’impossibilità della narrazione compiuta è un fatto con cui ogni giornalista deve misurarsi e dalla quale non ha scampo, com’è pur vero che nemmeno una compiuta obbiettività è mai raggiungibile. Successivamente l’obbiettivo del ritratto si focalizza sul successo riscosso dall’autore, sulle scelte narrative e stilistiche e su tutto ciò che ha contraddistinto e reso particolari le opere di Kapuściński. L’ultima sezione riguarda il rapporto con i media, un universo che è mutato notevolmente lungo i cinquant’anni di carriera come reporter, tanto da divenire quasi conflittuale. Le cause di ciò sono da ricercare nei risvolti culturali che hanno contraddistinto lo sviluppo della civiltà occidentale: l’informazione è andata via via sbiadendo a vantaggio dell’intrattenimento e le moderne leggi dell’audience impongono un prodotto che sia consumato in modo da poter ottenere introiti pubblicitari; i nuovi editori non sono più giornalisti, ma semplicemente manager di comunicazione preoccupati di ottenere un buon fatturato. La speranza che Kapuscinski sembra augurare è forse rappresentata da internet: un mezzo democratico del quale è bene che si faccia un uso conscio da parte di giornalisti e lettori, filtrando tutto ciò che si trova disperso nella Rete per arrivare a conoscenze vere e indipendenti...
Quest’autoritratto personale e vivido pulsa e coinvolge soprattutto grazie alla sua struttura ad intarsio di brevi citazioni, che riesce a dar luogo ad una narrazione omogenea e al tempo stesso infranta: contraddistinta da apici di cultura, vita, pensiero e letteratura raccontati nel modo diretto del dialogo privo di prolissità. Il taglio che la Straczek dà all’opera crea un ritmo senza pause che serrato incalza, riga dopo riga, quel lettore incuriosito dall’animo nobile di un reporter che ha dedicato, o forse è proprio il caso di dire donato, tutta la sua vita alla causa del giornalismo; augurandosi di lasciare dietro di sé un seguito professionale e, soprattutto,“spirituale”. L’autoritratto riesce ad essere un breviario etnologico di apertura al mondo e alle differenze culturali; una guida di viaggio verso i paesi meno conosciuti e raccontati; un'antologia della professione giornalistica e, nello stile di Kapuściński, una dissacrante fotografia del mondo dei media attuali: “Oggi, per poter vendere bene, l’informazione dev’essere un prodotto in confezione di lusso. Il passaggio dal criterio della verità a quello dell’attrattiva rappresenta la grande rivoluzione culturale di cui tutti siamo testimoni, i partecipanti e, in parte, le vittime. Il caporedattore non chiede se una cosa sia vera, ma se sia vendibile e gli procuri la pubblicità che gli dà da vivere.” L’autoritratto è un’istantanea dai toni forti e i contrasti marcarti che merita di essere letta, riletta e conservata a lungo tra gli scaffali delle biblioteche personali, in modo da essere ripresa più volte, poiché è un’opera che svela ad ogni lettura consapevolezze differenti coincidenti con le svolte della nostra vita.

 

 

 

 
 
 
 
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