Avanguardia diffusa

Avanguardia diffusa

È il 1962 e la grande mostra Sculture nella città, messa in piedi a Spoleto e curata da Giovanni Carandente, decide di “convocare la Città” al tavolo della disquisizione artistica, eppure qualcosa lega ancora la dimensione urbana ad una marginalità, una essenza di sfondo, e non di vero interlocutore. Nel 1966 Claudio Parmiggiani ha ventitré anni, solo uno ne è passato dalla sua prima personale tenuta alla libreria Feltrinelli di Bologna, dove espone calchi in gesso dipinti, “pitture scolpite”, come le definisce l’artista stesso. Le pitture scolpite segnano la prima apparizione di un calco in gesso nella vicenda artistica delle neoavanguardie, ma è già tempo di nuove contaminazioni. Al fianco di Carlo Cremaschi, Giuliano Della Casa e Franco Vaccari fonda una galleria a Modena, l’Alpha, l’esperienza non è destinata a durare ‒ poco più di un anno di attività ‒ ma l’identità che lo spazio da subito manifesta è quella di canale di espressione e promozione degli ancora inesplorati linguaggi verbovisuali. Quando arriva il 1967 Parmiggiani sta pensando oltre, al di là dei limiti e delle pareti di uno spazio espositivo. Inizia la corrispondenza tra l’artista e Mario Molinari, il sindaco di Fiumalbo, un paesino che diventerà mito per la rinnovata stagione italiana, che prendendo le mosse da quell’evento allargherà gli orizzonti e i modi di fare e concepire l’atto e lo spazio artistico in Italia. Sono i primi passi di Scritte sui muri, la prima vera grande esposizione nella quale i sacri templi che sono le gallerie d’arte, confine fisico nel quale l’Arte deve limitare la sua espressione, vengono concettualmente rase al suolo. Al posto di gallerie e musei “lo spazio di una intera città, o meglio lo spazio e basta, come unico mondo possibile e come ambiente espressivo per eccellenza”, così dichiara l’artista che di questo esperimento è il padrino spirituale, e che ancora a quanrant’anni da quell’esperienza definisce l’Arte un atto di resistenza civile…

Una disamina puntuale e dalla quale traspare un certo entusiasmo questo Avanguardia diffusa, che già dal titolo lascia evincere un’apprezzabile settorialità, quella circoscrizione spazio temporale che pone ottime basi per una ricerca di qualità. Sono gli anni dal 1967 al 1970 ad essere messi al microscopio. Anni fondamentali per l’arte contemporanea italiana (e non solo), rivoluzionari di una evoluzione tutta giocata sul campo delle idee nuove, della freschezza giovanile del tutto indipendente dalle dinamiche del mercato dell’arte, che fino ad allora e di nuovo oggi determinano la gran parte delle esperienze artistiche e strangolano le libertà creative. Da dove partire, si dice una branca della nuova metodologia storiografica a cui Alessandra Acocella si ascrive a pieno, se non dal luogo ‒ dai luoghi, meglio ‒ per affrontare il mondo dell’arte come manifestazione culturale, fondante per la società, artistica e non. Il percorso è tracciato dall’approfondimento degli eventi, quegli avvenimenti temporanei dei quali poche tracce sono rimaste, se non cataloghi, foto, racconti, e che pure sono stati costituenti per la storia dell’arte con la A maiuscola. La Acocella, che già da qualche anno si occupa di rapporto tra arte e spazio urbano, si prefigge di apporre tasselli teoretici per circoscrivere quel fenomeno che parallelamente al crescente interesse di pubblico e critica, non ha visto formalizzarsi ancora che poca letteratura di storiografia sull’argomento. È il dialettico e variegato scenario delle manifestazioni che eleggono la città a nuovo territorio di conquista dell’artista, allo stesso tempo realtà altra e spazio democratico e di condivisione. La teorizzazione avviene attraverso l’umiltà della ricostruzione documentaria, che è il primo ed imprescindibile passo per la formulazione di qualsiasi teorica, l’unico modo per ottenere una conoscenza tanto profonda degli eventi da poter generare nuovo pensiero.



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