Avarizia

Avarizia

Tutto ha inizio con un’inquietante valigia. Appartiene a un monsignore, di cui si tace il nome, che alla fine di un lauto pranzo la consegna al giornalista de “l’Espresso” Emiliano Fittipaldi. La valigia contiene una colossale mole di documenti secretati. Di fatto, un buco della serratura attraverso il quale spiare dentro le stanze vaticane, là dove si annida il potere più occulto. Lo scenario è dei più sordidi: corruzione morale e materiale di proporzioni inimmaginabili. Gli illeciti, gli sperperi, le ruberie, le gestioni finanziarie di molte diocesi improntate alla logica dell’interesse privato e dell’intrallazzo, la confusione tra il patrimonio pubblico e quello privato dei vescovi, che troppo spesso attingono al primo per sostenere un tenore di vita da nababbi (l’attico di Bertone è un piccolo fulgido esempio di vanagloria), sono tanti e talmente sistematici e connaturati al sistema da ricordare la famosa“corruzione ambientale” di Tangentopoli. Le relazioni interne della COSEA, la commissione referente sull’organizzazione della struttura economica del Vaticano voluta da Papa Bergoglio, tentano di fare luce sulle finanze della Chiesa e chi le gestisce. Esistono ben ventisei istituzioni direttamente relazionate alla Santa Sede che possiedono la bellezza di quattro miliardi di euro, immobili inclusi (il 20% dell’intero patrimonio immobiliare italiano) registrati come donazione o acquisizione e valutati al ridicolo costo di 1 euro. Per non parlare dei benefici dell’extraterritorialità di cui godono a danno dello Stato italiano che non riscuote tasse altrimenti dovute. Gli sperperi non si contano: l’Obolo di San Pietro, che dovrebbe essere destinato ai bisognosi, ammonta a circa 80 miliardi di euro e finanzia quasi in esclusiva la Curia romana, quando non finisce “sotto il materasso” attraverso fondi di investimento depositati su conti bancari presso lo IOR. Idem l’8 per mille, attribuito alla CEI, di cui solo il 20% viene investito a favore di poveri e bisognosi. Negli scandali sono coinvolte importanti diocesi, ma anche ospedali come l’IDI, o personaggi chiave del cosiddetto e peraltro già avviato processo di trasparenza. Il cardinale Pell per esempio - chiamato peraltro a risanare le finanze vaticane - avrebbe dissipato mezzo milione di euro in soli sei mesi per spese personali…

Ruberie e gestioni disinvolte che denunciano spesso una vocazione della Chiesa assolutamente incompatibile col pauperismo di matrice evangelica richiamato di continuo da Francesco, mostrandone una secolarizzazione negli appetiti, ma soprattutto nell’amministrazione finanziaria, ad imitazione, nelle fattispecie raccontate, della peggior classe politica e dirigente laica. Emanuele Fittipaldi, con uno stile scorrevole, a tratti pungente e ironico e l’ausilio dei molti documenti scovati nella famosa valigia, racconta il mondo sommerso, torbido, solo in parte intuito, della finanza vaticana. Rivelazioni che colmano di rabbia e di sfiducia, appena mitigate dallo sforzo che Papa Francesco sta facendo per avviare un nuovo corso, come emerge dalla lettura delle carte. Con grande tempismo, questo saggio è uscito proprio nel momento in cui montava lo scandalo Vatileaks, tutt’ora in corso. Sebbene lo stesso Fittipaldi sia stato rinviato a giudizio dal Tribunale della Santa Sede per aver divulgato notizie riservate - un reato grave per il codice penale vaticano - non sono stati tuttavia finora smentiti i fatti narrati nel libro in modo assai circostanziato, né disconosciuta la veridicità dei documenti prodotti, a riprova di un certo rigore nella conduzione dell’inchiesta. Un saggio consigliato a chi coltiva il pauperismo “accumulando tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassinano” e a coloro che invece ammassano in terra, ma si passano una mano sul cuore destinando l’8 per mille alla Santa Chiesa.



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