Avevano spento anche la luna

Avevano spento anche la luna
Lituania, 14 giugno 1941. Per Lina, che sta scrivendo una lettera alla cugina Joanna, quella è soltanto una notte come tante, ma la sua elegante e bellissima mamma già da tempo nel cuore della notte brucia le foto di famiglia e cuce l’argenteria insieme ai gioielli più belli nella fodera del suo cappotto. I segnali forse sono confusi oppure non riconoscerli ha significato conservare una parvenza di rassicurante normalità fino a quell’ora i cui fotogrammi percuotono la memoria: «Non fu un bussare. Fu un rimbombo cupo e insistente che mi fece sobbalzare sulla sedia. Dei pugni battevano sulla nostra porta d’ingresso. Dentro casa, nessuno si mosse. Io mi alzai dalla scrivania e sbirciai in corridoio. Mia madre era appiattita contro la parete, di fronte alla carta della Lituania incorniciata, con gli occhi chiusi e il viso tirato da un’angoscia che non vi avevo mai visto prima. Stava pregando»...
Una figura di forza e coraggio, Lina, traspare sensibile nel momento in cui guida chi legge verso i luoghi dell’orrore. D’altra parte chi scrive, Ruta Sepetys, appartiene ad una famiglia di rifugiati lituani  e ha deciso di denunciare e proporre realisticamente le deportazioni dai paesi baltici di Lituania, Lettonia ed Estonia ai gulag staliniani. Con la peculiare costruzione di un romanzo, sono invero le esperienze dei sopravvissuti alle deportazioni e dei loro familiari, e non già le storie ideate dei personaggi, ad emergere in queste pagine. Molti dei fatti e delle situazioni narrate sono riferiti alle testimonianze dei superstiti: pertanto nulla sarebbe più fuorviante del considerare Avevano spento anche la luna una mera opera di narrativa. Raccolte in Lituania – come subito rivela la Sepetys – intimamente confidano nella rivelazione delle vicende maturate in Siberia. E tuttavia, come si è detto, lo svolgimento della storia di Lina e della sua famiglia non punta nella direzione della rassegnazione, attraverso una sofferenza soffocata, quanto invece mira alla necessità di lottare: «C’erano solo due possibili esiti in Siberia. Il successo significava sopravvivere. Il fallimento significava morire. Io volevo la vita. Volevo sopravvivere». La stessa forza della giovane investì innumerevoli deportati e imprigionati sopravvissuti alla persecuzione sovietica. Come tali – la Sepetys è perentoria – essi reclamano la giusta attenzione: «Hanno scelto la speranza e non l’odio e hanno dimostrato al mondo che anche alla fine della notte più buia c’è la luce». Sta qui la chiave della comprensione del romanzo.

 

 

 

 
 
 
 
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