Ayla figlia della Terra

Ayla figlia della Terra
Europa dell’Est. Tardo Pleistocene. Una bimba di circa cinque anni, esile e bionda, gioca serena sulla sponda di un fiume. Poco più in là la sua famiglia, la sua capanna di pelli, la sua vita. Un rombo improvviso spezza il silenzio, il fiume ribolle, gli alberi intorno si schiantano al suolo, la bimba cade. Fa in tempo a vedere una crepa che si apre improvvisa e si fa voragine, ingoia tutto il suo mondo e poi si richiude. La piccola vaga sola e spaventata per giorni, è esausta, ha fame, ha freddo e ha paura. Segue il fiume per istinto, almeno può dissetarsi. A stento si mette in salvo da animali enormi e pericolosi, fino a che un terribile leone delle caverne riesce a graffiarle una coscia mentre lei si ritrae in una piccola cavità tra le rocce. Così, ferita, svenuta e febbricitante, la trova Iza. Il Clan dell’Orso delle Caverne ha perduto il suo rifugio, il terremoto ha distrutto la  caverna in cui abitava e così i suoi membri hanno intrapreso un viaggio nella speranza che gli Spiriti, attraverso il Mog-ur, li conducano ad una nuova dimora. Brun, il capo, non vorrebbe che Iza, la donna-medicina del clan, sorella di Creb, il Mog-ur ovvero lo sciamano, portasse quella strana bambina con loro. Ma sicuramente non ce la farà, è troppo debole, perché contraddire la donna? Tuttavia la piccola si riprende e forse è ben accetta agli Spiriti perché è lei a trovare una nuova, perfetta, caverna per il clan. Ma son davvero troppe le differenze tra i Testapiatta, pelosi, curvi, incapaci di pronunciare suoni, e quella bambina alta, dagli occhi azzurri e le gambe dritte. A stento son riusciti a darle un nome, interpretando gli strani versi che lei emette: Ayla. Nonostante le difficoltà Creb e Iza diventano per lei genitori amorevoli e le insegnano ad esprimersi a gesti e ad inserirsi nel clan. In molti, persino il capo Brun, imparano ad apprezzarla – lei apprende presto anche le arti di Iza – ma tanti continuano a guardarla con sospetto e con odio, dopotutto lei è sempre una degli Altri. Soprattutto il giovane Brud, che un giorno diventerà il capo, non perde occasione per umiliarla e farle del male. E quando Ayla dovrà confessare  di saper usare una fionda meglio di lui - alle donne è assolutamente vietato toccare un’arma, pena la morte - il suo destino sembra irrimediabilmente segnato. Nulla può modificare le leggi rigide del clan. Anche se…
È il 1980 quando la statunitense Jean M. Auel, dopo aver aspettato che i figli fossero indipendenti, aver lasciato il lavoro, conseguito una laurea e studiato approfonditamente la paleoantropologia anche prendendo parte a corsi di sopravvivenza,  dopo aver scritto per notti intere su una Smith-Corona elettrica, pubblica il primo volume della saga de I figli della Terra, che venderà oltre 45milioni di copie e si concluderà (forse) nel 2011 con la pubblicazione del sesto volume. Oltre tre anni di ricerche bibliografiche approfondite si traducono nella corposa cornice storica che fa da sfondo alla storia epica di Ayla, la piccola Cro-Magnon cresciuta da un clan di Neanderthal. Questo primo romanzo della saga, che può decisamente spaventare per la mole, è soprattutto una storia incentrata sulle differenze profonde che rendono la ragazzina un’estranea nel gruppo di ominidi meno evoluti, legati rigidamente alle tradizioni del clan che si tramandano attraverso memorie innate e li rendono praticamente incapaci di modificarle e quindi di cambiare e migliorarsi. Le difficoltà di Ayla ne fanno una vicenda di convivenza difficile, di rifiuto del diverso e di tentativi di reciproca accettazione. Il ruolo del tutto subordinato della donna, l’assoluta dominazione fisica e intellettuale del maschio risultano duri da accettare per la bambina, geneticamente curiosa, disposta all’apprendimento rapido e capace di mostrarsi superiore in diverse circostanze. Questo tema ha suggerito, tra le varie discussioni e teorie dibattute dai migliaia di fan ormai da anni sul web (molti hanno letto l’intera saga diverse volte!), anche il configurarsi di un certo contenuto proto-femminista. In realtà, quello che preme sopra ogni cosa alla Auel è illustrare, anche attraverso i caratteri dei personaggi, il mondo affascinante, come può esserlo solo la bellezza primordiale, degli albori della civiltà e lo fa con grande dovizia di particolari, descrizioni accuratissime che spaziano dai luoghi, ai costumi, ai paesaggi, alle tecniche di fabbricazione degli utensili e degli abiti, alla preparazione dei cibi, all’uso delle piante medicinali e tantissimo altro. Ovviamente, soprattutto nella prima metà del romanzo, la narrazione si fa, per questo, rallentata e patisce della mancanza pressoché assoluta di dialoghi. Inoltre c’è da considerare che alcune conoscenze scientifiche degli anni ’80 sono state ampiamente superate da studi più recenti. Ad esempio, riguardo la descrizione fisica dei Neanderthal data dall’autrice, dai forti tratti scimmieschi, bassi, arti curvi, pelosi, nuovi ritrovamenti fanno propendere per la tesi che  questi ominidi, che per millenni condivisero il pianeta con i Sapiens, fossero di statura media, dritti, piuttosto chiari di carnagione e rossi di capelli. Questa, tuttavia, è una storia davvero particolare (tra l’altro pare sia la capostipite nel genere), affascinante e godibile per la originalità della trama e la ricchezza quasi maniacale dei dettagli, suggestiva soprattutto nelle parti dedicate alle pratiche esoteriche e sciamaniche. Il linguaggio è decisamente evocativo e capace di far immaginare vividi paesaggi e situazioni. Certo non è la lettura ideale per chi non ama le descrizioni ed è insofferente a pagine narrativamente più lente. Chi invece adora la storia e subisce il fascino di questo periodo storico, sostanzialmente poco utilizzato nella narrativa, si lasci avvincere lentamente e provi a dare, nonostante le prime cinquanta pagine, una chance ad Ayla. Interessanti le parole che la Auel usa per spiegare la natura di questo che è qualcosa a metà tra un fantasy e un romanzo storico: “Probabilmente i miei libri hanno più cose in comune con la fantascienza, se la si intende come estrapolazione della scienza e trasformazione in storia. Io, infatti, parto dall’archeologia e la proietto in una storia. Teniamo presente, infatti, che la fantascienza non è soltanto uno sguardo al futuro, ma anche al passato”. 

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